Lascia un commento

Grenache

VITIGNO-GRENACHE-IT 1200

 

 

 

 

2 commenti

Tenuta Enza La Fauci – Oblì 2008 Faro Doc

Volle il destino di ritrovarmi seduto al fianco di una Signora che fino in quel momento mi era visivamente sconosciuta. In un laboratorio-degustazione sui vini dell’Etna. Fummo d’accordo, in perfetta sintonia, e ne disquisimmo fino ad esser di disturbo. Alla fine seppi il suo nome: la produttrice Enza La Fauci. Immediatamente, gli feci i miei più sentiti complimenti per una sua interessante creatura. L’Oblì 2008 Faro Doc. Lo avevo ascoltato ed apprezzato qualche giorno prima raccontandogli come lo ebbi fra le mie mani.

La Tenuta Enza La Fauci è in C. da Mezzana (Messina), Capo Peloro. Dove, Ulisse durante il suo viaggio s’imbatté nelle sirene (Odissea…).

Il Vino prodotto proviene da una fermentazione spontanea. Senza inoculo di lieviti selezionati. Uno dei fattori scatenanti, che dà inizio al processo fermentativo è la temperatura . In Sicilia, nel periodo della vendemmia, spesso, è così alta che può superare con facilità i 35°. Questo processo, è inversamente proporzionale alla stessa temperatura. Maggiore (>) sarà questa , minore (<) sarà il lasso di tempo che darà l’inizio all’attività di questi lieviti. Di solito, nella Tenuta Enza la Fauci, questo processo ha inizio alle 24/48 ore. Il mosto s’incomincerà a riscaldare e  far rumori. Stridere, lamentarsi a volte anche eruttare fino a ribollire con cadenze temporali quasi costanti che, alle orecchie di chi lo crea sembra una dolce e vitale musica. Ma se s’interrompe e Lui tace…, si sgranano gli occhi, le orecchie e arriva la paura!

Le cultivar che compongono L’Oblì Faro DOC sono: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nero D’Avola e Nocera.

Il Nerello Mascalese: Niureddu Mascalisi o Niureddu, è il vitigno principe autoctono coltivato nel parco dell’Etna. E’ stato selezionato dai viticoltori della piana di Mascali (CT) più di centocinquanta anni fa. Questo vitigno entra nella composizione dell’Etna Doc per non meno dell’ 80%. Viene allevato nelle pendici del vulcano, da quota 350 sino ai 1.100 m.t. s.l.m. . Predilige il sistema di allevamento ad alberello basso con potatura corta. Ha una buona tolleranza alle principali malattie crittogamiche, anche se presenta una sensibilità all’oidio. A secondo il versante e la quota del vulcano in cui viene coltivato produce vini con caratteristiche organolettiche-territoriali completamente differenti fra di loro. Dà origine a dei grandi vini rossi da invecchiamento. Nel messinese viene coltivato sia in prossimità della costa,  ma anche nel retrostante comprensorio montano.  Qui, si sesprime con grande carattere. Compone il Faro Doc. Il disciplinare di produzione prevede l’impiego di uve Nerello Mascalese in una percentuale compresa fra il 45 e il 60%, di Nocera per il 5-10%, Nerello Cappuccio per il 15-30% con l’eventuale aggiunta di uve Nero d’Avola (Calabrese) e/o Gaglioppo ( Monsonico Nero) e/o Sangiovese per un massimo del 15%.

Il Nerello Cappuccio o Mantellato: Mantiddatu Niuru o Niureddu Ammantiddatu, vitigno anch’esso autoctono del comprensorio etneo. Il suo nome è dato dal portamento che assume la chioma in fase di sviluppo, specialmente, coltivato ad alberello. Questa, come un mantello, protegge e sottrae i grappoli alla vista. Oltre che nelle vigne etnee si trova nella provincia di  Messina, ma anche oltre lo stretto, Reggio Calabria e Catanzaro.

E’di origine ignota ed é presente nel Faro Doc in percentuali di 15-30% e nell’ Etna Rosso Doc nel 15-20%

Questo vitigno entra nella costituzione, insieme al Nerello Mascalese, all’Etna Rosso Doc. Invece, insieme al Nerello Mascalese, Nero d’Avola, Nocera ed altri vitigni minori, nella produzione del Faro Doc. Il Nerello Cappuccio, vinificato in purezza dà vini pronti da medio invecchiamento. Ha grappolo medio, corto, piramidale con acino a forma sferoidale.
Il Nero d’Avola detto anche Calabrese. E’ considerato il vitigno a bacca rossa più tipico della Sicilia. Calabrese è il nome italianizzato  dell’antica parola dialettale siciliana del vitigno Calavrisi, che significa uva cala, di Avola o venuto da Avola. È stato selezionato dai viticoltori di Avola, comune in provincia di (Siracusa), diverse centinaia d’anni fa. Si è diffuso a Noto (SR) e Pachino (SR) e successivamente in tutta la Sicilia. In ogni zona di coltivazione regionale esprime differenti sensazioni organolettiche-territoriali. Il vitigno opportunamente coltivato e vinificato dà origine a grandi vini rossi da invecchiamento.
Qualche ventennio fa era utilizzato quasi esclusivamente per la produzione di vini da taglio (Pachino) ed esportato in grandi quantità. In Francia era chiamato le vin mèdicine. Nel nostro territorio c’è stata una rivalutazione e viene anche utilizzato nei blend siciliani da carattere bordolese, per dare un tocco di eleganza e morbidezza. Con la sua trama tannica molto gentile, riesce a smussare e levigare l’eventuali asperità che possono apportare i vitigni internazionali impiantati e adattati ormai da tanto tempo in  Sicilia.

Il Nocera: Vitigno autoctono della provincia di Messina, un tempo diffusissimo, poi soppiantato dai vitigni sopra citati e dall’avvento degli internazionali. Si era ridotto a pochi ettari. Oggi c’è una più che giusta rivalutazione. Il Nocera entra a far parte, con il Nerello Mascalese e Cappuccio, nel disciplinare di produzione del Faro  Doc. Si trova anche oltre lo stretto a Reggio Calabria e Catanzaro. In Francia, Provenza e Beaujolais, dove si è diffuso con i nomi di Suquet e Barbe du Sultan (Pulliat 1879). Questa cultivar a maturazione, ha grappolo lungo, mediamente serrato con acino medio, di forma ellissoidale di colore grigio-bluastro. L’uva giunta a maturazione è molto dolce e con un’ottima acidità. Il Nocera antichamente,  veniva utilizzato anche come un’uva da tavola. Soffre, più degli altri di siccità. Questa cultivar, vinificata, regala sensazioni olfattive-gustative  ben distinguibili come un grande vitigno, ed imprime, dentro al bicchiere, una firma ben marcata  per l’identificazione  del Faro Doc.

Il Faro Doc, prende il nome dall’antica popolazione detta Farenzi. I produttori associati al Consorzio di Tutela sono 14 di cui soltanto 8 imbottigliano ed hanno etichetta (Claudio Barbera – Az. Agr. Bonavita di G. Scarfone & C. S.a.s.  – Az. Agr. Giostra Reitano Francesco – Azienda agricola Palari S.S.  – Paone Domenico  – Riserva La Chiusa S.r.l.  – Az Agr. Vigna Sara di Caruso Francesco – Scarcella Pierino Giuseppe). Di questi, non tutti si possono trovare in commercio. Allo stato attuale esistono produzioni molto esigue anche di  700/1200 bottiglie circa. Il Faro Doc non può produrre matematicamente più di 7000/8000 bottiglie per ettaro. Per i sistemi di allevamento e le pratiche colturali adottate. In questo periodo storico e per la morfologia del suo territorio, ha una superficie di area vitata limitata (Albo dei Vigneti Faro Doc). Escluso il produttore Salvatore Geraci ( Faro Palari), che ha i vigneti impiantati da circa 20 anni e che è l’unico che gode di una buona tecnologia in cantina, il restante, sono tutti impianti giovani che risalgono, all’incirca, dal ’04 in poi.

L’Oblì Faro Doc 2008 è un vino naturale non certificato!

Nella tenuta Enza la Fauci, il vigneto non ha mai avuto alcun trattamento che non fosse naturale. Sia per quanto riguarda il diserbo ( l’erba viene tolta a braccio dalla squadra di pazienti contadini), sia per quanto riguarda i trattamenti e le concimazioni. I trattamenti preventivi sono mirati alla sanità dell’uva. Sono ridotti davvero al minimo, grazie al vento costante che soffia lungo i filari che si trasforma in un anticrittogamico naturale. L’IGT della Tenuta, si chiama, appunto, Terra di Vento! ( Nerello Mascalese e Nero d’Avola). Si utilizza solo rame e zolfo in quantità minime, mentre, per le concimazioni, si fa uso sapiente del sovescio (favino) ad anni alterni. Pratica certamente faticosa ma efficace.
Durante la vinificazione non si usano lieviti selezionati, e si attendo in trepidante pazienza che la fermentazione inizi da sè.

Durante i travasi, si usa un quantitativo bassissimo di solforosa ( sempre sotto i limiti Bio fissati)

*Riflessione/Considerazione*
Sono fortemente convinto che, la solforosa impiegata con questi  bassi dosaggi, abbia una duplice funzione/azione. Oltre a svolgere l’attività selettiva, di antisettico, antiossidante e conservante nel  vino, dà  senza ombra di dubbio,  una maggiore tranquillità mentale all’uomo (produttore o enologo) che la utilizza, stabilizzando anch’esso. Perchè ha la capacità di agire rassenerandolo e tranquillizandolo dopo averla aggiunta, così che possa dormire dei sonni più sereni.

Enza La Fauci: “Come ti dicevo, caro Maurizio, durante la nostra chiacchierata, il mio vino non ha alcuna certificazione biologica in quanto l’essere naturale per me non è neanche una convinzione ma è un fatto insito ed assolutamente spontaneo, non acquisito. Ritengo, fra l’altro, che la marea burocratica cui si deve adempiere nel caso di certificazione da parte di ente certificatore, sia un ulteriore dispendio di energie nell’affollatissima foresta burocratica nella quale siamo costretti a svolgere il nostro lavoro noi che facciamo vitivinicoltura. Gli enti cui facciamo capo sono 21. Presso la Comunità Europea è stata aperta una petizione che mira a raccogliere adesioni da parte dei produttori europei vitivinicoli e mirata ad alleggerire gli adempimenti burocratici cui siamo sottoposti”.
I vitigni della Tenuta Enza La Fauci si estendo su 5 terrazzamenti esposti al sole e al vento della costa Messinese (Sicilia). Nel 2004 si è scelto d’impiantare il vigneto con portainnesti differenti sulle diverse varietà,  ma anche su barbatelle franche di piede innestate in campo con le 4 varietà che compongono il Faro Doc. Pertanto, si ha la possibilità di capire come si comportano le diverse varietà in uno stesso luogo ma su portainnesti differenti.

• La Terrazza 1 – si compone di viti di: Nerello Mascalese, Nocera, Nerello Cappuccio e Nero d’Avola innestate nel mese di Agosto su piede franco, impiantato in Dicembre. Le “marze” provengono da piante selezionate in vigneti locali, ed esattamente da vigneti collocati in quota sui monti proprio alle spalle della Tenuta. Il territorio messinese vanta un comprensorio montano importante le cui pendici giungono al mare . Dal 2004 ad oggi l’esperienza in campo è la seguente: gli innesti hanno attecchito bene da subito e le viti hanno avuto uno sviluppo omogeneo e vigoroso con un’ottima lignificazione. Per cui, oggi si hanno delle bellissime piante robuste e ben generose. La cosa bizzarra è che ciò accade su tutte le 4 varietà. Per cui, si è dedotto, che in questi luoghi, l’innesto in campo risulta assolutamente la forma più adeguata.

• Nella Terrazza 2 – sono impiantate 2 varietà ( biotipi) di Nerello Mascalese . I portainnesti, della medesima tipologia, provengono da 2 vivai differenti. Le piante hanno un po’ sofferto nella prima fase di crescita ma adesso hanno un’ottima vigoria e buona lignificazione. Da notare, che la maturazione di una parte rispetto all’altra è ritardata di almeno una decina di giorni, per cui si fanno 2 vendemmie della stessa terrazza.

• Nella terrazza 3 – c’è dell’ottimo Nocera. Un grande vitigno che esprime e caratterizza il territorio messinese. Regala profumi balsamici e gentili note di frutti rossi, ma anche pesca e albicocca. In bocca è elegante e persistente.

• Nella Terrazza 4 – c’è  il Nero D’Avola su portainnesti anch’essi di due differenti vivai. Comportamenti delle viti differenti ed imprevedibili. Viti vigorose generose sane e robuste si alternano a viti più passive alle intemperie ed al vento locale. Difficoltoso fare previsioni sulla resa.

• Nella Terrazza 5 – c’è il Nerello Cappuccio su un portainnesti unico . Ottimo sviluppo di queste viti che essendo le più esposte alla salsedine oidica resistono eroicamente alle sciroccate più violente ed anche al maestrale che giunge dal mare. L’uva di queste piante conferisce all’ Oblì eleganza e morbidezza. Sono in generale le viti più generose dell’intero vigneto. Si adopera un diradamento molto spinto concentrando le energie delle viti sui pochi grappoli centrali della pianta. La natura del terreno è argillosa con strati di calcare a 3/4 m. La cosa importantissima è la presenza della “Mica”, pietra ferrosa che al sole brilla e che essendo friabile, durante le lavorazioni del terreno, lascia parte della mineralità che si trasferirà dalla vite ai sui frutti. Questo minerale ( Mica) viene considerato un vero regalo nel vigneto. Al cospetto del trattore che durante le lavorazioni grida vendetta.

La densità d’impianto è di 5000 piante per ettaro, sistema di allevamento Cordone Royal e Guyot. Raccolta delle uve manuale in cassetta. Le cultivar vengono vinificate separatamente con macerazione sulle bucce per dieci giorni circa. Maturazione in barrique nuove e usate per almeno 12 mesi con affinamento in bottiglia dai 6 ai 9 mesi.

Dove: Sicilia – Italia
Denominazione: Doc – Denominazione di origine controllata
Tipologia: Rosso
Vitigni: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nero d’Avola, Nocera
Alcool: 14.50
Prezzo: 15
Data degustazione: 26/10/2010
Valutazione: @@@@

L’Oblì 2008 Faro Doc si presenta nel bicchiere fra il Rubino e il granato.

Dona al naso una gentile esplosione elegante ed equilibrata di sentori olfattivi ben intrecciati fra loro. Viola, rose, cioccolato bianco, noce moscata, pepe ed amaretto. Inspirando con il naso con più impeto  fino a riempire i polmoni, si riesce ad estrarre dal vino la cannella, l’alloro e il mentolo.

Entra in bocca setoso, ma nel contempo di ciliegia polposa e piacevolmente masticabile ed è anche gradevolmente scorrevole. Risiede in bocca vellutato, lungo, costante e con una piacevole è semplice mineral-sapidità.
Lascia un commento

Pantelleria. Il sistema di coltura a cesto o paniere

pantelleria

Pantelleria, una delle tre Doc d’eccellenza della Regione Sicilia dal carattere vulcanico (Etna, Eolie e Pantelleria), nasconde una forma di allevamento della vite antichissima ormai in via di estinzione, rendendo ancora più unico il continente Sicilia nel patrimonio vitivinicolo mondiale. Continua a leggere »

2 commenti

Qr code – Quel misterioso quadratino che ridisegna il marketing

Qr code – Quel misterioso quadratino che ridisegna il marketing
su…ViteVinoNews.Il Magazine dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino.

Feudi del Pisciotto e il restauro delle opere di Giacomo Serpotta
Lascia un commento

Etna – M.I. 2007

M.I. 2007
Dove: Sicilia – Italia
Denominazione: Doc – Denominazione di origine controllata
Tipologia: Rosso
Vitigni: Nerello Mascalese – Nerello Cappuccio
Alcool: 13,50
Prezzo: 40 circa
Data degustazione: 29/05/2010
Valutazione: @@@@

La famiglia Biondi possiede i vigneti sull’Etna dal 1635, l’esordio produttivo dell’Azienda Vinicola Biondi risale all’inizio del 1800, raggiunge il massimo livello di espansione a cavallo fra i due disastrosi conflitti mondiali, in questo periodo entra a far parte nell’Azienda Biondi il produttore vinicolo Lanzafame, cosicché il nuovo marchio Biondi & Lanzafame sarà ampiamente riconosciuto ed esporterà una buona parte della propria produzione nel nord Europa ed anche oltre Oceano.
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale per il marchio Biondi comincia un periodo di declino per il non adeguamento all’innovazione ed alle tecnologie moderne che già anche in quel periodo storico saranno ormai parte essenziale per ogni azienda che vuole produrre qualità.


Nel 1999 entra in campo a pieno diritto Ciro Biondi ripristinando le vigne di famiglia; fa guidare le vinificazioni delle proprie cultivar autoctone impiantate nei suoi cru ad un interprete unico e di tutto rispetto del Terroir Etneo. Il Dott. Salvo Foti, definibile anch’esso, in modo semplicemente simpatico, autoctono dello stesso territorio. Gestisce, sotto il profilo tecnico-agronomico, tante altre realtà della Sicilia orientale e non solo. E’ conosciuto anche come l’uomo che dialoga con le piante della vite e che senza ombra di dubbio riesce a tirare fuori da esse il meglio che queste possono esprimere.


Entrambi hanno la consapevolezza del Terroir Etneo unico al Mondo ed anche del non trascurabile patrimonio di cultivar autoctone, antiche, quasi estinte e poco conosciute che regnano da tanto tempo sulle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa.

Sono perfettamente consapevoli di posare i piedi ed affondare le loro radici in un vero paradiso nel pianeta vino. Si dedicano con vera passione svolgendo ognuno il proprio lavoro in direzione unicamente delle produzioni di vini qualitativamente eccelsi.

Nel vulcano ormai sono sempre un numero maggiore i produttori e tecnici che viaggiano mentalmente e lavorano in questa stessa direzione.


L’etichetta M. I., è formata da un singolo Cru “Monte Ilice”. Un piccolo e giovane cratere vulcanico ormai “dormiente” nato dal nulla formatosi appena mille anni fa. E’ come se fosse un micro satellite “assopito” del grande edificio vulcanico attivo Etna.


“ Un vulcano nel vulcano! ”

Le vigne che giacciono qui dimorano in un terreno prettamente sabbioso-lavico di tessitura e granulometria ghiaiosa scura. Guardandolo ad occhio nudo sembra proprio un terreno infertile, invece, non lo è assolutamente. La pendenza è del 45/50% dando l’obbligo agli operatori di eseguire tutte le lavorazioni colturali manualmente. Sul Monte Ilice non esistono terrazzamenti.


Nell’intero patrimonio vitivinicolo esistente sulle pendici del Vulcano e, per tutta una serie di condizioni: altitudine, pendenze, sistemi di allevamento, difficoltà nelle lavorazioni colturali, ecc…, la coltivazione della vite nel Parco del vulcanico Etna è definita: “Eroica di Montagna”.


Esiste sul Monte Ilice, è funzionante e in perfetta efficienza una funivia che parte da quota 850 m.t.,s.l.m., fino a raggiungere quota 900 mt., quasi a lambire la sommità del Monte per una lunghezza di circa 300 mt.


Questa particolare funivia allieva un po’ le fatiche degli operatori-contadini specialmente durante la fase di vendemmia, trasportando, il più velocemente possibile le uve appena raccolte dalla sommità del Monte I., fino alle pendici dello stesso, per poi, con rapidità, farle arrivare in cantina. Viene usata anche per la movimentazione degli attrezzi che servono per tutte le operazioni colturali.


Il Cru Monte Ilice è posto sul versante nord-orientale dell’Etna , compreso nel territorio comunale di Trecastagni ed è stato acquistato da Ciro Biondi nel ’04 con tutta la sua particolare ed unica funivia.


Voglio fare un’appunto che ritengo di considerevole importanza: il suolo del vulcano è composto, litologicamente, da rocce ignee di origine magmatica dal carattere “primordiale” con peculiarità chimico fisiche differenti anche a distanza di pochissimi metri. L’uomo ha “trasformato” le quote potenzialmente coltivabili in “terreno agrario”; ma in effetti, le caratteristiche “primordiali” di questo suolo sono per lo più rimaste tali.


A tutt’oggi, sulle pendici dell’edificio vulcanico Etna sono state classificate ben 44 tipologie differenti di ” suolo lavico coltivato a vite ” con caratteristiche “primordiali ”, composte, principalmente, da rocce ignee di origine vulcanica con differenti scheletri, tessiture e disparate classi granulometriche.


Gli studi sul territorio sono sempre più in evoluzione.

Queste così importante diversificazioni del suolo agrario coltivato a vite delle pendici del vulcano Etna, sono effettivamente riscontrabili in ogni etichetta prodotta dalle differenti Aziende che lavorano sul Parco del vulcano. Questa cosi marcata diversità che ha ogni singoli cru dell’Etna si andrà a rispecchiare essenzialmente dentro il bicchiere.


Oggigiorno i produttori consapevoli hanno sentito una forte esigenza per far capire maggiormente agli esperti del settore ed amanti del vino, queste così importanti diversificazione “agronomiche territoriali”. Soltanto vinificando separatamente ed imbottigliando i cru, in singola etichetta e, mettendoli a confronto fra di loro si possono effettivamente capire e constatare queste così importanti differenze organolettiche.


Ormai già da tempo sull’Etna una buona parte di produttori viaggia mentalmente e lavora anche verso questa direzione. Etichettando i singoli cru in un numero, spesso e giustamente, limitato di bottiglie.


L’evoluzione dei produttori del vulcano sta anche nell’affascinante lavoro nel, cercare di creare e mantenere sotto il più stretto controllo vinificazioni spontanee con lieviti autoctoni (indigeni).


Alcuni Produttori e Tecnici già lavorano, ed altri ancora si stanno sempre più accostando verso le lavorazioni filosofiche del Biodinamico.

Le uve presenti nell’Azienda Vinicola Biondi sono:
Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per le rosse; Carricante, Cataratto e Minnella per le bianche.

La vendemmia nell’annata ’09 è cominciata nei primi di ottobre, il 9 per l’esattezza con le uve bianche e il 12 e 13 dello stesso mese per le rosse.
La rese sono molto basse, normalmente dai 2 ettari di vigna si raccolgono
5500 kg di uva rossa e 2500 di bianca che è divisa per le circa 16000 viti da 0,5 kg per vite ( 8000 HA). Il sesto d’impianto è 1×1 con allevamento ad alberello assistito impiantato negli anni 60/70. La vinificazione viene svolta in acciaio e permane sulle bucce per circa 10 giorni per poi passare ad affinare in barrique e tonneaux. La permanenza sui “legni” si diversifica annata per annata.
Di questi, 5500 kg di uva rossa, che vengono vinificate sempre separatamente come tutte le altre vigne, 3000 vengono imbottigliate come M.I., il resto va nell’Outis insieme alle uve delle vigne di Chianta, Cisterna Fuori, S. Nicolò e Carpene.

Note sul progetto bio o altro.
Potatura con la luna calante; zappatura e raccolta manuale; concimazione con

concime organico; tre trattamenti con zolfo e rame da Maggio ad Agosto.

Imbottigliato Giugno 2009

Nell’Azienda Biondi, ed esattamente nella vigna Carpena, esiste un vecchio palmento del XIX che è incorporato nel pendio di una collina, con la sua apertura nella parte superiore delle pareti posteriori (a monte della struttura) dove, proprio qui le uve un tempo entravano e venivano raccolte nei bacini di pietra per poi essere pigiate. Chiudendo gli occhi sembra sentire ancore oggi rimbalzare fra le pareti, all’interno del palmento, il ritmar dei piedi nudi che pigiavan l’uva, scandendo anche il tempo agli antichi canti che sembravan dei lamenti, delle donne e degli anziani contadini, ed anche il gorgoglio del mosto che per semplice caduta scendeva giù verso gli antichi tini.
Quest’antica tecnica di trasferimento del pigiato per semplice caduta che, non dà nessuno stress al mosto, si cerca, dove si può, di ricrearla anche ai giorni nostri nelle nuove ed a volte futuristiche cantine.


Il cru M.I., come già detto, è stato acquistato nel 2004, però dal 2007 nell’Azienda Biondi ,finalmente, si riesce a lavorare in piena autonomia. Avendo consolidato i lavori della propria cantina e, potendo evolversi con l’espressione del proprio carattere personale e territoriale; e potere anche rimediare alle mancanze del passato, dovute, alla quasi assoluta non autonomia. D’ora in poi (’07) si potranno svolgere con maggiore tranquillità le dovute lavorazioni di cantina ed anche le sempre più che affascinanti sperimentazioni.


Da qualche anno, in casa Biondi, il testimone enologico è passato in mano al giovane 24 enne Cristiano Garella. Svolge la sua opera anche nelle Tenute Sella a Lessona nell’alto Piemonte, dove qui la prevalenza produttiva è di Nebbiolo, chiamato in loco Spanna, ma anche di altre cultivar antiche locali come: la vespolina, la croatina e l’uva rara.


Il territorio di Lessona nell’alto Piemonte è pressoché “similare” a quello Etneo con un suolo anch’esso di origine vulcanica antichissima di composizione sabbiosa-marina.

Già da tempo si sa che il Nerello Mascalese ha delle somiglianze con il cugino internazionale d’oltralpe Pinot Nero, ma c’è chi azzarda anche ad identificarlo come il Nebbiolo del Sud.

Si presenta nel bicchiere di rosso rubino non carico, limpido , penetrabile, lucente è brillante. Questa sua penetrabilità gli induce un effetto lente d’ingrandimento.

Ha un ventaglio di profumi intriganti e produce un particolare effetto.

Quando mi avvicino il bicchiere verso il viso, mi sento avvolgere tutto attorno al naso per quanto è la circonferenza dello stesso, da una gradevole e sottile ventata di calore che mi riscalda piacevolmente tutta la parte. E’ come se ci fosse un alito caldo davanti al mio viso. Sembra proprio che questo vino respiri ed emani calore. E’ senza ombra di dubbio l’effetto dell’alcol. Però mi piace andare anche oltre e volare mentalmente di fantasia ed immaginare anche che, questo particolare sensazione sia riconducibile al vulcano e, alla forma pressoché circolare della bocca eruttive che emana energia dal più profondo della crosta terrestre sotto forma anche di caldi vapori spinti verso l’alto. Come se il bicchiere con la sua forma fosse, giust’appunto, il cratere con la sua bocca eruttiva dove all’interno c’è tanta energia vitale.


Le sensazioni olfattive al naso sono di ciliegia, marasca, viola mammola; aspirando con il naso forte e costante si riesca a tirare fuori dal vino l’etereo, l’odore dell’acqua di rose e anche il legno di noce con un intreccio di sentore di fragolina addolcita da speziature e una sottile mineralità.


In bocca entra setoso con una trama tannica che non invade per nulla, quasi inesistente e piacevolmente scorrevole, glicerico, lungo e territorialmente minerale-sapido che arriva ad accarezzare le labbra.

  • Un vino particolare.

Reputo questo cru del vulcano ( M.I.), un rosso anche estivo.

Abbinabile con il pesce, ed è adatto con la Cernia.
Lascia un commento

Etna – Cottanera – L’ardenza 2007

L’ardenza 2007
Dove: Sicilia – Italia
Denominazione: Igt – Indicazione Geografica Tipica
Tipologia: Rosso
Vitigni: Mondeuse
Alcool: 13,50
Prezzo: 16 € circa
Data degustazione: 10/11/2009
Valutazione: @@@@

La Mondeuse è una cultivar originaria della Savoia, viene anche chiamata Mondeuse Noir, se i vigneti riscontrano le condizioni ideali d’esposizione alla luce del sole e caratteristiche pedoclimatiche favorevoli, per potere essere indirizzate verso una migliore maturazione delle uve, potranno scaturire vini ben strutturati, decisi, aromatici e speziati.

La Mondeuse in Italia è conosciuta in Friuli ed è chiamato Refosco, fa parte della Doc Grave del Friuli e Latisana. Il clone riconosciuto più interessante è il Refosco dal Peduncolo Rosso.


C’è anche da dire che si ritiene tale identificazione sia scaturita da un equivoco generatosi dal fatto che il Refosco Californiano sia stato erroneamente denominato in tale modo quando venne introdotto in America. Trattandosi, invece, a tutti gli effetti della Mondeuse.

Da studi effettuati in laboratorio si sa oramai per certo che nel pedigree del Syrah c’è la Mondeuse.

Nelle terre nere dell’Etna la coltivazione delle vite è di tradizione. Un’ eredità millenaria che Guglielmo ed Enzo Cambria hanno L’azienda Cottanera si trova alle pendici settentrionali del Vulcano Etna ad una altitudine di 730 mt, slm, si estende sui complessivi 100 ettari, di cui 50 risiedono nel territorio di Castiglione di Sicilia ed altri 5 a Solicchiata.
I terreni presentano un suolo sciolto a tratti sabbioso, alluvionale con poca argilla, ricco di scheletro e sostanze minerali.

L’azienda Cottanera era un antico borgo che fu acquistato e fondato negli anni ’60 da Francesco Cambria, ma i figli Guglielmo ed Enzo avviano un rinnovamento dei vecchi impianti alla conversione ed innovazione della stessa azienda. Questa sfida innovativa passa il testimone alla terza generazione, Mariangela, Francesco ed Emanuele.
La conversione dei vigneti avviene negli anni ’90, punta al rinnovamento teso a valorizzare il patrimonio viticolo autoctono dell’Etna, ma non disdegna ad’impiantare le cultivar internazionali per svolgere un lavoro mirato e teso anche e sotto il profilo sperimentale. Ed oltre agli impianti di cultivar autoctone come: il Nero D’Avola, Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e l’Inzolia, vengono impiantate le varietà internazionali come: il Syrah, Cabernet, Merlot e la Mondeuse.

L’Ardenza 2007 da cultivar Mondeuse è ubicata nel vigneto Case Alte, Etna Nord, nel comune di Castiglione di Sicilia, 700 m, s.l.m., in un terreno lavico-sabbioso e alluvionale povero d’argilla ma ricco di sali minerali.
Resa per Ha 60 quintali, allevato a cordone speronato. Vinificazione e fermentazione in acciaio a temperatura controllata di 26° – 28° C. Macerazione a contatto con le bucce per più di 20 gg con combinazioni di rimontaggi e dèlestage. Fermentazione malolattica svolta in barrique di rovere Francese di Allier a media-alta tostatura nuove per il 50%. Affinamento nelle stesse per un periodo di 12 mesi. Età del vigneto 10 anni.

Nel Vulcano le temperature durante il giorno e nelle giornate particolarmente soleggiate, quando non c’è presenza di cumuli nuvolosi, sono elevate date dall’ altitudine e per la maggiore vicinanza che si ha con il sole. La rarefazione dell’ aria lascia un passaggio più libero ai raggi solari di modo che la loro azione sia più viva ed incisiva soprattutto alle quote più alte.

Il materiale lavico del suolo vulcanico ha la proprietà di trattenere il calore proveniente dai raggi solari, ed ancora ha anche la peculiarità di rifrangere i raggi luminosi, sapendo che le rocce magmatiche o eruttive sono ricche di silicati ed in particolare di silicio.

Le particelle formate da masse di silicati hanno la forma geometrica del tetraedro ( figura), formano dei reticoli cristallini ed essendo sfaccettati, come le pietre preziose già lavorate, riflettono come degli specchi i raggi solari dal basso verso l’alto andando a colpire anche il frutto della pianta della vite nelle parti meno esposte ai raggi solari diretti, così facendo, si avrà, una maggiore irradiazione solare anche dal basso verso l’alto che porterà ad’una più omogenea e migliore maturazione del frutto stesso.

Voglio affermare che queste masse silicatiche sono composte da silicio, ferro, magnesio, potassio, sodio e calcio, componenti nutrizionali fondamentali per lo sviluppo più idoneo della pianta della vite.

Devo sfatare a tutti i costi una leggenda metropolitana che affligge ormai da lungo tempo la cultivar Mondeuse dell’azienda Cottanera.
Questa leggenda metropolitana ha ormai da lungo tempo piantato anch’essa le radici negli ambiente del vino, specialmente in quelli della Sicilia occidentale, dove però, questa leggenda si sta allargando ormai a macchia d’olio o forse meglio ancora, a macchie di leopardo, anche nel resto della nostra penisola Italiana.

Questa leggenda metropolitana dice che: la Mondeuse sull’Etna a Cottanera è arrivata per un errore, mettendo così, in cattiva luce proprio lui che invece e stato l’artefice di tutto.

Quando si decise di fare la conversione dei vigneti con le varietà internazionali, l’ex consulente dell’Azienda Cottanera , il Prof. Leonardo Valenti dell’Università di Agraria in Milano, decise , in comune accordo con la famiglia Cambria, d’impiantare il Merlot, il Syrah ed il Cabernet.

Quando arrivarono le cultivar sul Vulcano mancavano pochi ettari di Merlot così il vivaista consigliò di piantare la Mondeuse . La scelta non’è assolutamente casuale perché le altitudini sono le stesse con l’Alta Savoia Francese e non solo, ovviamente il terroir lavico del Vulcano ( Iddu – così viene chiamato dagli anziani e saggi del luogo) farà la sostanziale differenza.

Il Signor vivaista, che fino ad’oggi, con questa inesattezza, ed alla luce di tantissimi occhi è stato visto come una persona poco professionale, invece è proprio lui la persona competente e consapevole.

A questo punto lo voglio ringraziare proprio io, quasi ad inneggiare alla gioia per questa sua ottima scelta. Io non conosco il suo nome, ma neanche il suo cognome, ma in cuor mio spero proprio che si possa chiamare Cesare, come a volere dire: diamo a Cesare quel ch’é di Cesare…eh!
Questa è la vera storia della cultivar Mondeuse di Cottanera – l’Ardenza.

L’Ardenza 2007 si presenta nel bicchiere di rosso rubino non troppo carico, brillante, limpido e penetrabile . Con questa sua caratteristica di lasciarsi attraversare dalla luce gli fa scaturire una simpatica curiosità da me notata. Contrapponendo il calice con all’interno il vino fra il mio occhio ed’il taccuino con i miei appunti, si può notare un particolare effetto che fa questo vino. L’alcol funge da lente d’ingrandimento aiutato dalla forma arrotondata del bicchiere. Molto suggestivo. Facendo il movimento di avvicinare ed allontanare il bicchiere con il vino dalle scritte del taccuino, sembra proprio che le lettere e le frasi s’ingrandiscono e si rimpiccioliscono. Molto simpatico e divertente.

Al naso si presenta variegato, di ciliegia, marasca , fievole alloro e minerale, sentori rinfrescanti di mentolo – non’è impetuoso – un leggere sentore di tabacco ed’una sottile linea agrumata.
Ha bicchiere fermo dà note ben solide di pepe bianco e sentori smaltati intrecciati al cioccolato.

Voglio precisare che per ascoltare questo bagaglio ricco di piacevoli profumi, bisogna starci piacevolmente addosso. Anche perché Lui vuole proprio questo; una maggiore attenzione.

Si adagia in bocca rilassato – quasi setoso – per poi sbocciare in una media ed’elegante esplosione tannica che, quando si espande ed arriva ad’impregnare completamente la bocca fa implodere i tannini su se stessi, dando un effetto d’arrotondamento del tannino stesso rendendolo ancor più particolare ed elegante. Continua sapido lungo e minerale risiede in bocca un finale di tannino fine ed al cioccolato. Non dà per nulla la percezione de suoi 13,50°.

Osservazioni:

Voglio sottolineare un’altra curiosità.

Sapendo già da lunghissimo tempo che i tappi di sughero nelle bottiglie di vino sono un sinonimo di qualità organolettiche o difetto dello stesso, voglio aggiungere che il tappo dell’Ardenza 2007 ha esattamente lo stesso identico odore di quando si rompe l’uovo di pasqua, dove dall’interno si sprigiona quel buonissimo profumo di cioccolato. Questo sentore nel tappo dell’Ardenza 2007, con il trascorrere delle annate diventerà sempre più forte ed intenso.

Link –  Cottanera

Origine – Vinix

Lascia un commento

Pfneiszl – Hungary – Kèkfrankos 2004

Degustazione con Similitudine ed’Analogia fra il Vino e l’Uomo, nel particolare fra il Bicchiere da Vino e le Scarpe dell’Uomo/Atleta

Dove: Hungary
Denominazione: IGT – Táj Bor
Tipologia: Rosso
Vitigni: Kèkfrankos
Alcool: 13.50
Prezzo: 14
Data degustazione: 29/03/2009
Valutazione: @@@@


Aspettando in fila al bar dell’ Halle 3 del Prowein 2009 di Dusseldorf , il mio occhio mi si allunga in direzione opposta verso il piccolo ed’angusto spazio espositivo dell’ Azienda Ungherese Pfneiszl che ha in evidenza nella sua postazione d’assaggio l’etichette semplicemente eleganti sulle quali ci sono incisi i nomi delle cultivar internazionali già ben note a tutti gli amanti del vino: Syrah, Cabernet Souvignon, Merlot, ma fra quest’etichette ce ne una che non distinguo,sembra una firma…ma non distinguo… è una firma che somiglia tanto ad’uno scarabocchio.
Durante il mio pranzo composto da un panino col wurstel ricco d’ottima ed’ impregnate mostarda, ho il mio pensiero ed’anche i miei occhi sempre rivolti su quell’ etichetta con quel nome sopra inciso.
Finisco il pranzo e riallungo l’occhio e il passo dritto e indicizzato verso la postazione d’assaggio dell’azienda Pfneiszl, chiedendo senza esitare se quello fosse il nome d’una cultivar.

L’enologa/winemaker Birgit Pfneisl, nuova generazione dell’azienda familiare, mi annuisce fortemente quasi a rompersi l’osso del collo.

Spalanco gli occhi ed’annuisco anch’io preso dal piacevole stupore che attribuisco al fatto che sto facendo una mia nuova conoscenza, sentendomi arrivare dall’interno del mio stomaco una gradevole sensazione di piacere come, quell’attorcigliamento d’intestino simile a quello che si sente quando  ci  s’innamora, e quando questo sale su dall’intestino per poi arrivare in cima, mi fa allargare anche un bel sorriso.
Ed’un po’ stupito noto che: l’enologa Birgit, nonché colei che ha creato questo vino, mi distoglie da quell’etichetta mettendomi in mostra le altre sue creature formate dalle cultivar internazionali.

Leggo, fra i lineamenti del suo viso e dai movimenti che fa con le sue mani un po’ di gelosia verso quest’etichetta da me indicata.

Ed’io voglio sentire proprio quella!

Ripetendomelo mentalmente e dentro me stesso come se fosse un’esclamazione a voce alta, e riindicizzo sulla stessa.

L’enologa Brigit mi riannuisce questa volta lievemente, colgo, dai tratti del suo viso e dai piccoli movimenti che fa con il suo capo un tono sorridente d’umile assenso.
Essa, mi presenta questa nuova conoscenza in un bicchiere ISO (International Organization for Standardization), che ha le dimensione piccole e quindi un po’ ristrette, che senza ombra di dubbio molto pratico e resistente per di lavori in cantina , ma non si adatta a potere far esprimere al meglio i vini di razza o meglio ancora i vini d’un’interessante struttura e corporatura.

* Giust’appunto mi viene in mente e naturale esporre una Similitudine ed’Analogia fra il Vino e l’Uomo *

Perché in’effetti il bicchiere ha la stessa identica analogia con le scarpe dell’uomo ed’in particolare dell’uomo atleta, dove in questo è maggiore il grado d’espressività fisico-corporea. Entrambi, sia il bicchiere che le scarpe, sono degli accessori di fondamentale importanza che servono a porre nelle migliori condizioni d’espressività i due rispettivi corpi (quello del Vino ed’anche dell’Uomo).

Sapendo, ormai già da lungo tempo che anche il vino ha un corpo, questi due (Vino/Uomo), si potranno esprimere al meglio soltanto se si troveranno nella giuste misure o dimensioni dei loro rispettivi accessori d’espressività (bicchiere/scarpa), cioè trovandosi entrambi nella condizione più adeguata.
Quest’essenziale condizione, li potrà soltanto fare esprimere al meglio nelle loro rispettive caratteristiche qualitative-fisico-corporee.
Questi due fondamentali accessori (bicchiere e scarpe ) sono in’effetti un vero e proprio “complemento d’espressività corporea”.
Ed’ avranno misure, dimensioni e forme differenti per ogni tipologia nel Vino, e disciplina nell’Atleta. Essi si diversificano nelle loro forme e caratteristiche specifiche anche per le loro differenti strutture corporee.


Questi due “complementi” (bicchiere e scarpe) daranno ad’ognuno di loro ( Vino/Uomo) la migliore espressione evolutiva d’essi stessi che si rispecchierà nelle loro caratteristiche personali.
In pratica, avendo entrambi i corpi(Vino/Uomo), l’adeguato o giusto fattore di complemento così univoco fra di loro (bicchiere/scarpe),questi, dovranno avere le giuste misure per poterli porre nelle condizioni ideali per farli esprimere al meglio delle loro caratteristiche evolutiva-fisico-corporea.
Logicamente, servirà a ben poco avere il bicchiere o la scarpa adeguata e che si adatti perfettamente ai rispettivi corpi, se all’interno d’entrambi i complementi ( bicchiere/scarpa) non ci sarà un’interessante ed’apprezzabile struttura corporea che possa esprimere al meglio tutte le potenziali caratteristiche evolutive delle proprie qualità -fisiche-corporee- strutturali e muscolari; ed’anche qualora le avessero raggiunte, l’equilibrio,l’eleganza e la longevità, quindi, il miglior lavoro evolutivo che essi hanno svolto e sviluppato nel corso del tempo dei loro rispettivi corpi.
Essenzialmente, servirà a ben poco avere il bicchiere o la scarpa adatta, se all’interno di questi non ci sarà un vero e proprio corpo da “campione” (vengono chiamate anche così le bottiglie di vino che partecipano ai concorsi enologici, ma anche dai tecnici di laboratorio).
E’ auspicabile che ambedue i corpo, sia quello del vino che dell’atleta, per arrivare ad’esprimersi al meglio e raggiungere uno stadio qualitativo soddisfacente dovranno lavorare duramente, per evolversi e potere sviluppare le loro migliori caratteristiche qualitative, che si determineranno essenzialmente con la giusta conduzione, il dovuto lavoro specifico e nel corso del tempo.

Solo così facendo, potranno diventare entrambi dei veri “campioni”.

Questo fattore di complementarietà è anche riscontrabile nella vita di tutti i giorni di qualunque essere umano. Quasi tutti hanno provato almeno una volta nella vita il disaggio ed il fastidio che apportano una paio di scarpe strette o troppo larghe, procurando in quel giorno un malessere ai piedi che, di conseguenza si rifletta sulla mente, apportando, un non idoneo equilibrio fisico-mentale, quindi, una non adeguata espressione del proprio corpo e di conseguenza della propria mente, ma essenzialmente di se stessi.
Avendo così delle ripercussioni negative nel lavoro quotidiano ed’in’tutto quello in cui si ci sta esprimendo in quel dannato giorno.

La stessa precisa ed’identica condizione la pone il bicchiere verso il Vino!


Ritornando al nostro ben amato vino-vitigno.

L’enologa Birgit mi ha centellinato il suo vino in quel piccolo bicchiere ISO, ed’io in’automatico l’avvino, ed’appena mi accingo a buttar via l’avvinamento, Birgit ci guarda entrambi, però a Lui (il Vino) con un po’ di rammarico e dispiacere, invece a me con un po’ di benevole disprezzo vedendogli uscire gli occhi fuori dalle orbite. Questa sua espressività così marcata l’attribuisco al fatto che ho buttato via una parte di una sua così preziosa creatura. Anche da qui ho presunto che la produzione di questo suo nettare sia stata esigua (8000 Bottiglie), e che essa non è per nulla a favore della giusta pratica dell’avvinamento che in questi casi, dove le scorte sono limitate, viene visto da Lei come un vero e proprio spreco.


Finalmente l’ho nel bicchiere!
Lo metto al naso ….mmmhhhh….., mi si socchiudono anche un po’ gl’occhi, e poi in bocca, l’ho ancora impregnata di mostarda,……però!

Già, è proprio un bel campione!
Qui ci vuole un bicchiere adatto alla sua struttura.
Così mi prefiggo di tornare l’indomani con il bicchiere adeguato per sentire Lui esprimersi al meglio ed’in tutte le sue qualità.
Ritorno l’indomani mattino al mio primo assaggio della giornata con un bicchiere Bordolese.


L’enologa Birgit mi mesce la sua creatura. Ed’è tutta un’altra storia!

Si presenta alla vista rosso rubino intenso e brillante con una sottile nuance arancio, dal colore non dimostra la sua età.
All’olfatto emana un’ aggraziato ventaglio olfattivo che non imprime troppo il naso e non lo aggredisce assolutamente, con profumi gentili ed’intriganti di frutta lievemente dolce di ciliegia e marasca, e con un bell’intreccio di spezie,talco , incenso e viole; ma qui mi sono sentito passare sotto al naso un gentile profumo d’un collo elegante d’una donna che porta addosso a se, l’essenza semplicissima dell’odore della sua pelle…..mmhhhh….però; come se volesse far carpire e rafforzare la tesi dove si asserisce che colui o colei che creano il vino lo fanno a propria immagine e somiglianza, ma soprattutto inserendogli la propria anima o se stessi, quindi, rispecchiando la propria personalità ed anche il proprio ingegno.
Continua con sentori di rose, balsamici e cioccolato, tutti quanti incorniciati in un bel quadro dipinto con gentili pennellate di profumi eleganti e semplicemente aggraziati.

Ha la bocca secca, calda con tannini un po’ rustici con un po’ di asperità ed’al cioccolato, si allunga in bocca sapido e minerale.


Questa rusticità fa carpire però che ha ancora tanta vita davanti a se.

Molto saggia l’elevazione in barrique.

Già mi ero accorto che questo “campione” porta al suo petto una medaglia. Quattro stelle di Decanter 2007, medaglia meritata!

L’azienda Pfneiszl lavora in regime biologico.
Il Kékfrankos è una cultivar molto antica che valorizza la regione Alpokalja qui e sita una catena montuosa definita le Alpi Ungheresi. Questa regione ha un corridoio preferenziale con la vicina Austria. L’azienda Pfneiszl sorge nei dintorni della cittadina di Sopron ed’ i vigneti sono confinanti con il Lago di Neusiedl, le cui sue acque hanno una profondità massima che non supera i 2 metri.
Sono ormai da lungo tempo note le condizioni favorevoli che apportano le vicinanze dei laghi, mari o ristagni d’acqua, questi fanno scaturire spesso produzioni d’ottima qualità.
Queste condizioni favorevoli in certi casi si possono anche creare con la messa in opera di laghi artificiali, corsi d’acqua limitrofi o all’interno dei vigneti stessi.
E’però di fondamentale importanze un’ adeguata ventilazione che tenga a bada i possibili attacchi funginei (Botrytis) che sono favoriti dalle condizioni d’umidità che apporta l’acqua.
In tutta l’Ungheria, ma anche nella stramaggioranza del nostro Pianeta, ma soprattutto in quelle zone del nostro Mondo dove l’andamento climatico aveva di norma una temperatura più bassa e quindi fredda, c’è stato un brusco cambiamento veloce e repentino di queste condizioni, sostanzialmente per l’effetto serra di cui il nostro pianeta sta soffrendo, che ha portato ad’un notevole rialzo delle temperature, cosicché si sono anticipate le vendemmie anche di un paio di mesi fino ad’arrivare a Settembre/Ottobre nella zona di Sopron.
L’andamento climatico dell’anno 2004 è stato costantemente freddo e piovoso, totalmente atipico rispetto ad’una sostanziale prospettiva d’un prodotto di qualità.

*Anche qui mi viene naturale una piccola Similitudine ed’ Analogia fra il Vino e l’Uomo.

Questo fattore atipico sembra volere avvallare certe idee che: le stranezze della Vite si rispecchiano alla stregua delle stranezza della nostra Vita. Avvolte, in certi casi dove le condizioni non sono sufficientemente favorevoli anche l’uomo può trasformare questa condizione non ideale in qualità.
Ed’ho riscontrato che le annate successive all’04, che hanno avuto un’andamento climatico più consono, e che sembrava che potesse essere d’auspicio ed’un prodotto finito maggiormente interessante, invece, il prodotto finito non’è risultato altrettanto meritevole.
Il Kékfrankos affonda le sue radici in un terreno la cui tessitura ha un frazionamento granulometrico decrescente a scalare partendo dalle radici sabbia per poi salire gradualmente ed’affiorare in marna gessosa.
La cultivar Kékfrankos dell’azienda Pfneiszl ha un’età che s’aggira intorno ai trent’anni ed’il cinquanta% delle stesse piante che superano quest’età sono state innestati con un vitigno Magiaro antico ormai estinto “l’Heunisch”, ed’anche e soprattutto per questo ha suscitato in me un maggiore interesse per questa sua unicità


Link con Foto – Maurizio Aguglia WineBlog – http://maurizioagugliawine.blogspot.com/2009/08/kekfrankos-2004-hungary-similitudine_14.html
Origine – Maurizio Aguglia Vinix – Link – http://www.vinix.it/degustazioni_detail.php?ID=1631
http://www.pfneiszl-vineyards.com

Lascia un commento

Gulfi – Cerasuolo di Vittoria DOCG 2008

Dove: Sicilia – Italia
Denominazione: Docg – Denominazione di origine controllata e garantita
Tipologia: Rosso
Vitigni: Nero D’Avola 50% – Frappato 50%
Alcool: 13,50
Prezzo: 10/12 euro circa
Data degustazione: 05/03/2010
Valutazione: @@@@@

L’azienda Agricola Gulfi ha i suoi territori vitati nella Sicilia Orientale ed in particolare in tre delle numerose zone d’eccellenza della viticoltura Siciliana; sulle pendici dell’Etna, nella Val di Noto, area storica del Nero D’Avola, e nei Monti Iblei, zona classica ed anch’essa storicizzato del Cerasuolo di Vittoria D.O.C.G.
I vini dell’Azienda Gulfi esprimono l’essenza dei rispettivi territori d’appartenenza ed è per questo che, quando un vino raggiunge in pieno l’espressione dello stesso, si può sentire uscire dal bicchiere la cultura storica del territorio ma anche la mano dell’uomo che lo conduce (l’Enologo), raggiungendo anche così una migliore espressione di civiltà.

Nell’ Azienda Gulfi lo scorrere del tempo e delle lavorazioni, sia in vigna che in cantina, si susseguono nel modo più naturale possibile nel rispetto dell’ambiente dove si opera per il raggiungimento di un prodotto finale che porta anche a dare un’evidente rispetto all’ultimo anello di questa lunga filiera cioè: il consumatore.


L’Azienda Gulfi mantiene ben distinte e separate le espressioni di ogni singolo “cru” ottimizzando il proprio lavoro sotto uno stretto regime di coltivazione biologica, e vinificando le proprie cultivar impiantate nei rispettivi territori d’appartenenza in piccoli serbatoi costruiti appositamente a misura di vigneto.


I vini dell’ azienda Gulfi non utilizzano sostanze estranee rispettando la viva essenza della loro naturalità.

Un fattore di estrema importanza è l’assoluta consapevolezza di non irrigare le vigne (in irriguo). Sistema molto antico che è stato tramandato dagli anziani del luogo, dove però, in questi territori d’elezione le condizioni pedoclimatiche lo consentono.


E’ un fattore che viene considerato di notevole importanza ed è assolutamente efficace per avere un’essenziale espressione del territorio e della cultivar stessa che si rispecchia attraverso la trasformazione del suo frutto in vino.
La pianta della vite posta sotto un regime un po’ stressante-estremo reagisce spesso dando il meglio di se, esprimendosi con una minore resa ma trasmettendo al suo frutto una maggiore concentrazione di tutte le sue più importanti sostanze.


• Anche l’uomo a volte posto sotto una condizione un po’ stressante-estrema può dare il meglio di se. ( Similitudini ed Analogie fra il Vino e L’Uomo).


L’azienda Gulfi ha scelto già da lungo tempo di non lavorare con le grandi masse per mantenere un prodotto altamente qualitativo, anche perché nelle condizioni di coltivazione “ in irriguo”, e con il sistema di allevamento ad alberello, dove sussiste, e le sue dovute potature, le rese per ettaro sono sempre al minimo, ed in fase di vinificazione e stabilizzazione del prodotto stesso si avrà un più efficace controllo su queste ridotte quantità.


Il forte legame con il passato a fatto scegliere volutamente la strada del vitigno autoctono ricco di storia territoriale, così facendo, l’Azienda Gulfi, non ha pesato in modo eccessivo sullo sconvolgimento varietale che ha afflitto l’intero patrimonio dei vitigni autoctoni Siciliani, e neanche su quello dell’intero territorio Italiano.


Questa scelta altamente qualitativa è ancora oggi l’arma vincente.

Le uve del Cerasuolo di Vittoria D.O.C.G. della azienda Gulfi vegono vinificate separatamente in acciaio e dopo che hanno subito una media macerazione sulle bucce, ed ancora dopo che entrambe le cultivar (Nero D’avola 50% e Frappato 50%), hanno svolto la loro fermentazione malolattica saranno assemblate ed imbottigliate per essere messe in commercio nel Giugno successivo della loro vendemmia.


Vigna Stidda è la vigna del Frappato e le sue uve vengono destinate all’intera produzione del Cerasuolo di Vittoria D.O.C.G., si estende per circa 1 ettaro in Val Canzeria, nella Sicilia sud-orientale, nel Comune di Chiaramonte Gulfi (Ragusa), ad una altitudine di 420 m sul livello del mare. Il terreno ha una pendenza del 3% con esposizione a ovest. Il clima è di tipo temperato, mediterraneo, contraddistinto da importanti escursioni termiche. Il terreno si presenta calcareo argilloso.La vigna ha un’età che si aggira intorno ai 15 anni.
La densità di impianto è di 8.300 viti per ettaro, allevati a spalliera. La produzione di uva non supera i 50 quintali.


Vigna San Loré ( San Lorenzo) che è quella del Nero D’Avola, dove le sue uve vinificate in solo acciao compongono il Cerasuolo di Vittoria D.O.C.G, mentre l’altra parta che sarà dopo elevata in barrique andrà a comporre l’omonima etichetta (NeroSanLorè). Tale vigna si estende per circa 2,5 ettari nell’omonima contrada, nell’Elorino/Val di Noto nei dintorni del villaggio di Pachino in prossimità della costa sud-orientale nelle vicinanze del porto di Marzamemi a soli 10 metri di altitudine e 700 la distano dal mare, di cui sente l’influenza più di ogni altro cru aziendale. Il clima è temperato-caldo mediterraneo. La densità d’impianto è di 7000 viti per ettaro allevate ad alberello. Il terreno è di grana particolarmente fine ed omogeneo, con un alta percentuale di sabbia frammista ad argille scure-brune . Le viti non irrigate, hanno oltre 40 anni e danno una resa naturale che non supera i 40 quintali ad ettaro.


Le vigne che vengono allevate rigorosamente ad alberello rappresentano uno sforzo nel rispettare l’antica tradizione, la cultura della storia siciliana. Questo sistema è quasi impossibile da meccanizzare, è molto costosa ed è sempre più difficile trovare la manodopera, ma risulta quasi essenziale nelle zone altamente vocate perche è qualitativamente sempre valido anche per le rese limitate che lui offre, le concentrazioni zuccherine, polifenoliche,ecc… e non solo.


E’ rosso ciliegia!

Appena versato nel bicchiere vola in alto la spezia con un impronta ben netta di sensazioni marine-salmastre; sardina sotto sale , alghe marine e cappero (spettacolare e molto elegante), con un intreccio di sensazioni erbacee, con sentori di ciliegia e frutta del sotto bosco a polpa rossa ed anche un’interessante sensazione finale d’ anfora (terracotta umida). Aspirando con il naso con più impeto, forte e costante fino a riempire completamente i polmoni si può estrarre dal vino anche l’anice.


In bocca è setoso asciutto ed entra di ciliegia un po’ acerba con tannini digeribili con una piacevolissima e scorrevole beva; un sorso tira l’altro ed è perfettamente bilanciato.
E’ un vino molto particolare ed interessante da non perdere assolutamente.


Prezzo qualità @@@@@ ECCELLENTE!


Il tappo ha sentori di vaniglia, cannella, cotognata e sottile cioccolato bianco.


Enologo Salvo Foti


Link – http://maurizioagugliawine.blogspot.com/2010/03/cerasuolo-di-vittoria-docg-2008.html


Link Vinix – http://www.vinix.it/degustazioni_detail.php?ID=1960