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Conclusioni di Garibaldi e i Mille Vini Sotto le Stelle

Più di 700 amanti delvino si sono presentati alla degustazione dell’ Evento: Garibaldi e i Mille Vini Sotto leStelle al Castello Eufemio di Calatafimi Segesta inserita nel programma del Calatafimi Segesta Festival 2011.Un’affluenza inaspettata. Hanno partecipato produttori , tecnici, enologi,sommeliers, semplici appassionati e una folta schiera di turisti Italiani e non che, sono in Sicilia per apprezzare le bellezze del nostro territorio. Hannoavuto l’opportunità di allargare l’orizzonte eno-culturale ed hanno apprezzato l’evento  senzanasconderlo assolutamente. Le etichette presentate hanno fatto fare una gran bella figura allaSicilia del vino. Una serata semplicemente gradevole!

Grazie a tutti

Le Aziende che hannopartecipato

Florio  Marsala(TP) – (Sala Garibaldi)

Alagna Vini  Marsala(TP)

Trapani Vini  Salemi(TP)

Dispensa San Pietro  (Calatafimi(TP

Ceuso  Calatafimi(TP)

Tenuta di Fessina Segesta/Castiglionedi Sicilia (CT) 

Adamo Vini  Alcamo(TP) 


Sallier de La Tour -Camporeale (PA)

Brugnano  Partinico(PA) 

Centopassi  SanGiuseppe Jato (Pa

Tasca d’Almerita  Regaleali- Sclafani – (PA/CL)

Abbazia Santa Anastasia  Castelbuono(PA)

Cottanera  Castiglionedi Sicilia (CT) 

CantineNicosia -Trecastagni (CT)
Tenuta Gatti – Librizzi (ME) 






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News

Garibalde e iMille…Vini Sotto le Stelle al  CalafafimiSegesta Festival 2011


Il 9 Agosto alle ore 21,00 nellaserata di degustazione  che si svolge al  Castello Eufemio diCalatafimi Segesta, sarà presentato in Anteprima Assoluta il Marsala Superiore G D oGaribaldi Dolce di Alagna Vini Marsala (TP).
Questa è una denominazione istituita in onore della visita chefece il leggendario Generale nello stabilimento Florio (SalaGaribaldi) di Marsala 2 anni dopo lo sbarco, nel 1862 quando l’Italia eragià unificata. In quell’occasione l’eroe dei due mondi chiese di riassaggiarequel vino dolce e liquoroso che gli era rimasto molto impresso e che avevabevuto la notte dell’arrivo a Marsala.

Nell’evento che si svolge al Castello sarà il Prof. Ercole Alagna, che è uno deiprotagonisti  del mondo enologicosiciliano nonché  docente di chimimicaapplicata presso l’Istituto Agrario Abele Damiani di Marsala, a presentarloraccontandoci la storia e gli aneddoti di quel periodo affascinante ed avremmoanche la possibilità di potere aprire un piccolo dibattito o fare degliapprofondimenti tecnici su questo nostro grande vino che è il porta bandiera storicodell’enologia siciliana nel mondo, il Marsala.

Vi aspetto in massa

                                   


                                    Il Marsalache Garibaldi non bevve (I° parte e II°parte)

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Evento al Calatafimi Segesta Festival 2011









       Garibaldi e i Mille….Vini Sotto le Stelle    

                                  9 Agosto 2011 – ore 21,00                                                                                                                     


Nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unitàd’Italia, il CalatafimiSegesta Festival 2011 siveste di tricolore ed apre le porte ai vini del nostro territorio dedicando unaserata alla degustazione di vini prodotti lungo le strade percorse dai Mille con Garibaldiin Sicilia (Storia della Spedizione – qui qui).

Si è pensato bene di abbinare ad ogni tappa del percorso chefecero i Mille una cantina di quei stessi territori ove la presenza delleggendario Generale innescò sommosse e movimenti popolari che diedero ungrande impulso alla conquista della Sicilia.

L’evento degustativo si svolgerà il 9 Agosto2011 nella suggestivacornice ricca di bellezze monumentali e paesaggistiche: il Castello Eufemio di Calatafimi Segesta, da dove si potrà ammirare un panoramamozzafiato verso la valle del Krimiso, Mango, Segesta e Pianto Romano,apprezzandone la bellezza del territorio sulle note jazz ed un calice di vino.

Durante la serata sarà possibile ammirare le stelle attraverso unastrumentazione professionale che proietterà le immagini della volta celeste inuno schermo, immagini ad alta risoluzione commentate in diretta da un espertoastronomo. Artisti di strada ci rallegreranno con la loro giocoleria.

L’evento assume un ruolo importante in uncontesto dove  anche gli investimenti sul territorio da parte dinumerose aziende e gruppi imprenditoriali del settore vitivinicolo, confermanole peculiarità e il valore aggiunto dell’area nella produzione e nellapromozione dei vini.

Saranno degustati vini prodotti anche da piccole aziende che siidentificano nel territorio Siciliano, che fanno parte di un grande opera, diun mosaico in continua evoluzione ed espansione, occupando con orgoglio unapiccolissima parte della stessa.

Saranno presenti alcune cantine storiche della Sicilia, giàesistenti nei luoghi dove ebbe inizio l’avventura Garibaldina, Marsala, cittàche già all’epoca dei Fenici era il luogo dove il nettare di Bacco si esportavain tutto il Mediterraneo e successivamente in tutto il mondo. 

La scelta delle aziende e dei vini partecipantiche si snodano sul  percorso Garibaldinoda Marsala a Messina, è stata curata dall’Azienda Dispensa San Pietro www.vinisanpietro.com e da Maurizio Aguglia – blog.essenzialmentevino.it – che presenteranno per ogni azienda leschede tecniche dei vini partecipanti con la rispettiva divulgazione edegustazione.

Tutti quanti i vini delle aziende partecipantisaranno presentati nel calice a tulipano da degustazione in vetro.

Ingresso libero

AziendePartecipanti:

Florio Marsala (TP) – (Sala Garibaldi)

Alagna ViniMarsala (TP)

Trapani ViniSalemi (TP)

Dispensa San Pietro(Calatafimi (TP

CeusoCalatafimi (TP)

Tenuta di FessinaSegesta/Castiglione di Sicilia (CT) 

Adamo ViniAlcamo (TP) 


Sallier de La Tour – Camporeale (PA)

BrugnanoPartinico (PA) 

CentopassiSan Giuseppe Jato (Pa

Tasca d’AlmeritaRegaleali – Sclafani – (PA/CL)

Abbazia Santa AnastasiaCastelbuono (PA)

CottaneraCastiglione di Sicilia (CT) 

Cantine Nicosia – Trecastagni (CT)

Tenuta GattiLibrizzi (ME) 

Tenuta Enza la Fauci (ME) 




Clicca sul logo trovi info                                                           Gastronomia dei Mille
                                                                                                                                                                  



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La Selezione del Sindaco 2011

La Selezione Del Sindaco 2011 – 27/29 Maggio – Torrecuso – Benevento – Taburno

Quest’anno, il concorso enologico internazionale  “ La Selezione Del Sindaco 2011” ha celebrato il suo decennale e  con l’occasione ha deciso di rinnovare  il  suo sistema informatico S.IN.D.A.C.O. (Sistema Informatico di Archiviazione Con OMR) di controllo sulle schede di valutazione.
Il nuovo sistema prevede una scheda multipla che raggruppa  tutti i vini di ogni singola serie. Sarà  poi lo scanner OMR a leggere i punteggi  eliminando così, eventuali errori umani  che nel passato potevano essere stati causati per il caricamento dei dati manuale.

Con questa innovativa scheda,  l’organizzazione della  SDS si mette  tecnologicamente al passo indirizzandosi  verso l’ informatizzazione che ormai ha coinvolto tutti  i più importati concorsi enologici internazionali mondiali e non solo.

Con questa nuova scheda, il comitato organizzatore  del concorso, con tutto l’intero staff,  ha anche puntato il terzo occhio verso il rispetto del nostro ambiente in cui viviamo, dando un piccolo ma significativo contributo a favore di una nobile causa. C’è un notevole risparmio nell’ utilizzo di carta. In un foglio A4 sono inserite fino a dieci schede di valutazione, mentre prima, in ogni foglio della stessa misura c’era una sola scheda. In questo modo si riesce ad utilizzare solamente  il 10%  di carta rispetto a quanto ne veniva utilizzata negli anni passati. Quindi, è semplicemente deducibile quanto la SDS viaggi, con lungimiranza,  verso l’itinerario della “sostenibilità ambientale”.
Il nuovi sistema informatico (S.IN.D.A.C.O.), è stato studiata anche per velocizzare la  tempistica sui risultati.


La nuova scheda è stata approvata dall’OIV (ORGANISATION INTERNATIONALE DE LA VIGNE ET DU VIN) ed è stata  ben accetta dai 70 giudici Internazionali presenti al Concorso SDS 2011 provenienti dall’ Italia, Francia, Spagna,Portogallo,Germania,UK,Belgio,Lussemburgo,Ungheria,Polonia,Slovacchia,Slovenia,Croazia,Grecia,Romania,Azerbaijan,Giappone,Korea e Russia.
Le 11 commissioni hanno valutato 1373 campioni  di cui 262 di Biodivino  (vini bio e biodinamici) giunta alla sua 8° edizione.
La Selezione del Sindaco è sotto il patrocinio dell’OIV, organizzato da Recevin (la Red Europea de Ciudades del Vino),e dall’Associazione Nazionale Città del Vino e In Comune SpA. Il proposito è quello  di valorizzare le piccole e medie partite di vino di qualità, ed è l’unico Concorso Internazionale che prevede la partecipazione congiunta dell’Azienda produttrice e del Comune nel quale si trovano i vigneti di produzione. 


Le  11 commissioni di valutazione  sono  state ospitato nei saloni di  palazzo Cito Caracciolo in Torrecuso (comune detruciolizzato in provincia di Benevento  nel comprensorio del Taburno), dove all’interno era allestita un’interessante  mostra d’arte contemporanea con dipinti su tela e non solo, raffiguranti il mondo contadino ma nello specifico quello inerente al vino.  Opere con uno stile a volte con  figure deformate e con una piacevole carica creativa di espressioni-ironiche. I dipinti dell’artista Vincenzo Murano tappezzavano  le pareti al nostro fianco e sono stati  per tre giorni dei veri compagni di lavoro colorati e taciturni. Molti dei personaggi raffigurati nelle tele spesso avevano il calice o la bottiglia in mano come se stessero degustando e valutando i vini  insieme a noi nel religioso silenzio del nostro lavoro. Alcune raffigurazioni di momenti di vita contadina ci hanno fatto anche sorridere.

La  commissione I, di cui sono stato partecipe, nel primo giorno di lavori ha  riscontrati  dei vini puliti, lineari, con nessuna sbavatura, enologicamente ben fatti ma nulla di entusiasmante. Il secondo giorno ho valutato  un vino bianco secco tranquillo Campano ’07 con 86/100, un’altro  86/100 ho espresso ad  un vino rosso secco tranquillo Lombardo e un  87/100 a un v.r.s.t. Veneto entrambi ’07 bio o biodinamici.

L’ultimo giorno di lavoro ho sentito un’interessante  serie  di 4 v.bianchi.s.t., siciliani del 2010 valutati con un punteggio che si aggira sugli 86/100  per poi proseguire con un’entusiasmante  serie di 7 v. rossi s.t. vendemmia ’09 e ’08 Portoghesi che mi hanno trasmesso delle forti emozioni mettendomi finalmente in eccitazione controllata i sensi olfatto-gustativi.  In un paio di questi  ho riscontrato delle incredibili, ma assolutamente reali,  somiglianze  (colore e olfatto) con il nostro  Montepulciano d’Abruzzo. Una delle 4 Gran Medaglia d’Oro del Concorso è stata assegnata  meritatamente e con vero piacere dalla commissione I al:  Munda Tinto Rosso  2008 –  Dao –  Touriga  National  – Fontes  De Cuncha  Sa  – Nelas   – Portogallo che  ha realizzato il punteggio di 92/100 da me valutato con 91/100Il vino in questione era colore inchiostro impenetrabile ma lucente, si è presentato al naso con sensazioni olfattive molto ampie e variegate di frutti rossi, sottobosco e floreale di rosa e con delle note spinte di territorialità mineral-speziate molto intriganti. In bocca si è disteso  pieno, lungo, per nulla grasso con un bel tannino deciso ma non irruento.
Il punteggio viene così assegnato: in ogni singola commissione vengono eliminati  i valori  estremi (il maggiori e il minore) per poi fare la media dei restanti. Lo stesso metodo si applica per valutare gli atleti di discipline olimpiche come: tuffi, pattinaggio artistico, ginnastica ecc…
Le Medaglie d’Oro sono state 104  e 227 d’Argento.  Il  regolamento dell’OIV prevede che queste non devono superare il  tetto massimo del 30% dei vini premiati rispetto al numero totale dei vini presenti in concorso. La Sicilia è nel gradino più alto del medagliere della “Selezione del Sindaco 2011”, con  il Traminer Aromatico 2010 di Bruno Fina (Cantine Fina Marsala -TP) con  94/100.
Le altre Gran Medaglie d’Oro sono andate due al Trentino con  il Masetto Dulcis Vigneti delle Dolomiti 2008 Moscato Giallo Endrizzi  93,50/100 e l’Alto Adige Moscato Giallo 2009 Cantina Produttori di Bolzano con 92,50, come già detto, la quarta medaglia è stata assegnata ad un interessante vino portoghese  il Munda Tinto Rosso 2008 Tourriga National Fontes De Cunha Sa Nelas con  92/100. 
La cerimonia ufficiale di premiazione dei vini del Concorso Internazionale la Selezione del Sindaco 2011 si terrà a Roma in Campidoglio l’8 luglio.

Qui l’elenco dei vini Siciliani premiati con i rispettivi punteggi.
Gran Medaglia D’oro
94,00 KIKÈ – TRAMINER AROMATICO  DOLCE 2010 FINA VINI SRL MARSALA (TP)
Medaglia D’oro
90,00 BEN RYE’ MOSCATO PASSITO DI PANTELLERIA DOP 2009 DONNAFUGATA (TP)
88,00 LUSIRÀ 209 IGP SICILIA ROSSI SYRAH BAGLIO DEL CRISTO DI CAMPOBELLO DI LICATA (AG)
88,00 NERO D’AVOLA SICILIA 2008 TENUTA GORGHI TONDI MARSALA (TP)
87,50 KABIR MOSCATO DI PANTELLERIA DOP 2010  DONNAFUGATA (TP)
87,25 AL HAMEN MOSCATO PASSITO DI NOTO 2010 FEUDO RAMADDINI SOC.AGR. PACOS VINI PACHINO (SR)
87,20 SOSTA TRE SANTI IGT SICILIA 2007 NERO D’AVOLA NICOSIA S.P.A. TRECASTAGNI (CT)
87,20 EMIRYAM ROSSI SICILIA 2009 SYRAH CASA DI GRAZIA GELA (CL) 
87,00 LU PATRI 2009 IGP SICILIA NERO D’AVOLA BAGLIO DEL CRISTO DI CAMPOBELLO DI LICATA (AG)
86,50 TARUCCO CHARDONNAY 2010 AZIENDA AGRICOLA GERACI BISACQUINO (PA)
86,33 CATARRATTO 2010 IGP SICILIA FEUDO MONTONI CAMMARATA (PA)
86,00 TENUTA D’APAFORTE NERO D’AVOLA 2005 IGT SICILIA AZ. AGR. ALFREDO QUIGNONES LICATA (AG)
86,00 DON PIETRO ROSSO 2008 CABERNET SAUVIGNON SPADAFORA MONREALE (PA)
86,00 MONTE DELLE ROSE CHARDONNAY 2010 CANTINA SOCIALE UVAM SAC MARSALA (TP)
86,00 KHEIRÈ BIANCHI SICILIA 2010 GRILLO TENUTA GORGHI TONDI MAZARA DEL VALLO (TP) 

Tutti i risultati ufficiali (qui)
I vincitori per area geografica, denominazione, categoria,ecc…(qui)

                                                        Foto Gallery 

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Il Vino di Mozia!

Fondata dai Fenici alla fine dell’ VIII sec. a.C., è posta nella punta nord-occidentale della Sicilia, vicino Trapani e quasi di fronte Marsala, dove il mare ha formato una laguna chiamata Stagnone di Marsala (riconosciuto riserva naturale nel 1984 – virtual tour – quiquiqui e qui).
E’ la principale isola di quest’arcipelago; affiora in uno scenario incantevole fra le saline e i mulini a vento ed è baciata e abbracciata dal sole che trafigge, con calore, la sua antica storia e anche i limitrofi cumuli di cristalli di sale, creando, all’alba e al tramonto, effetti di luce e di colori ineguagliabili (qui).

Al nome Mozia, Motya o Mothia (mappa), sono stati associati diverse interpretazioni: acqua stagnante, filanda (la nobile arte di tessere le stoffe di cui i fenici erano dei veri maestri e dove a Mozia, nell’area industriale, si sono ritrovati reperti) , l’ultima ipotesi più recente é quella della parola attracco.
 

Alla fine del VII secolo a.C., Mozia (mappa – qui – foto) fu di notevole interesse alle esplorazioni dei mercanti-navigatori fenici che si spinsero nel Mar Mediterraneo occidentale.Una tappa quasi obbligata nella rotta dei mercantili che congiungevano l’Africa con tutte le città portuali commercialmente più importanti dell’intero bacino dello stesso mare. Una base commerciale molto simile alla città fenicia di Tiro (qui). Per i suoi bassi fondali fu un punto dove potere approdare con un sicuro attracco anche per le navi di passaggio che dovevano fare cambusa. Un grande porto naturale con a disposizione la facilità di potere recuperare diverse risorse alimentari (prodotti agricoli, ittici, sale (qui), acqua dolce ecc…- qui).

 
Posizionata in un punto altamente strategico, divenne una delle più floride colonie fenicie del Mediterraneo e per questo fu causa di guerre che nel 397 a.C., ne provocò la distruzione ad opera del tiranno di Siracusa Dionisio I detto il Vecchio. I superstiti del conflitto si trasferirono sulla costa siciliana, fondando la città di Lilibeo, l’odierna Marsala, anche se l’isola non fu mai del tutto abbandonata, perse però completamente la sua importanza commerciale trasferendosi anch’essa.
Un luogo leggendario al centro di numerosi scontri navali e con i fondali ancora ricchi di relitti (virtual tour – Museo Baglio Anselmiquiqui e qui).
 
L’insediamento Mozia era circondato da una cinta muraria di 2375 metri dove padroneggiavano quattro imponenti porte, di queste, oggi rimangono solo tracce di due, tra cui la porta Nord (v.t.qui). Ancora si vedono i resti delle due torri laterali e alle spalle la strada principale dell’isola con i solchi delle ruote lasciati dai carri.
Nell’ XI secolo Mozia fu donata dai Normanni all’abbazia di Santa Maria della Grotta di Marsala (virtual tour quiqui e qui) e gestita dai monaci basiliani di Palermo, i quali assegnarono il nome all’isola di San Pantaleo. A metà del XVI secolo passò ai Gesuiti e alla fine del Settecento, con l’espulsione di quest’ordine dalla Sicilia, andò in mano a piccoli proprietari che la coltivarono soprattutto a vite.
 

Alla fine del 1800, Joshef Witaker (qui quisfoglia il libro) erede di una famiglia inglese trasferitasi in Sicilia, appassionato studioso di scienze naturali (ornitologo), storia, archeologia, sport e vino, comincia ad acquistare lotti di terra da ogni singolo proprietario dell’isola fino ad acquisirne l’intera proprietà nel 1902. Nel 1906, Witaker, da inizio i primi scavi, su quarantacinque ettari di terreno agrario si nascondono ben protetti sotto i trenta centimetri della stessa terra un’inestimabile e consistente numero di reperti archeologici. Lui stesso ne rinviene circa 10.000 catalogati e visibili al Museo di Mozia (virtual tour – quiqui e qui) . 


Nel 1960 la missione britannica coordinata da Benedikt Isserlin (qui) in collaborazione con l’Università di Roma (MAM) “La Sapienza” e alla Soprintendenza dei beni culturali della Sicilia Occidentale, diede un nuovo impulso con campagne di scavi sistematici rivisitando tutti i siti e i monumenti come il Kothon (v.t. qui), la Porta Nord (v.t. qui), il circuito delle mura, il Santuario del Cappiddazzu (virtual tour qui  e qui ), il Tofet (qui – qui e qui). Vi furono scoperte straordinarie che si “culminarono” nel 1979 con il ritrovamento del “Giovane di Mozia”, capolavoro dell’arte greca portato alla luce e al suo fasto splendore dalla missione dell’Università di Palermo.

Ancora oggi è un mistero cosa rappresenti la statua marmorea del giovane, però, mi piace immaginare che sii proprio lui, con questa straordinaria figura così imponente riemersa dal passato, a sovraintendere gli scavi sull’isola, controllare e dare consigli agli stessi archeologi indicandogli i punti precisi e dove mettere le mani, dato che lui non le ha,  per portare alla luce “nuovi” reperti. Questa figura la vedo e l’associo al vero è unico Custode dell’isola di Mozia!

Dal 1971 l’isola è di proprietà della FondazioneGiuseppe Whitaker” (virtual tour – Villa Malfitano – foto ), costituita e voluta dalla figlia Delia, deceduta nello stesso anno.”
 
 
                             IL VINO DÌ MOZIA
 

Probabilmente, il primo impianto di vigneto a Mozia risale al primo ventennio dell’Ottocento quando tutta la zona del marsalese venne “scoperta” dagli inglesi come una terra adatta alla produzione di un vino da utilizzare al posto del Porto. Non è però escluso che anche in precedenza ci fossero vigneti sull’isola, ma non esistono documenti o reperti a tale proposito. Una pianta topografica di Mozia che risale al XVI e XVII secolo quando era possedimento dei Gesuiti, mostra l’isola senza coltivazioni e con l’indicazione solo di alcuni pozzi, di un edificio e della “salinella”posta dove ora è il Kothon (quiqui e qui).

Come già detto, nel 1902 l’intera proprietà dell’isola passa in mano a Giuseppe Whitaker (sfoglia il libro), appartenente a una famiglia inglese la cui fortuna era dovuta anche al commercio del vino Marsala (qui e qui). La coltura della vite fu mantenuta e furono introdotte anche altre piantagioni ugualmente redditizie (ulivi e agavi).

Ad oggi (qui e qui) non esistono reperti o documenti che attestano la presenza di vigneti nell’isola all’epoca fenicio-punica, periodo compreso tra il VII e il IV sec.a.C. Nell’antichità (inizi primo millennio) il vino di Canaan (Fenicia, odierno Libano) era rinomato e nei culti delle divinità dell’area Siro Palestinese era sempre presente una libagione di vino con cantine all’interno dei templi. Con molta probabilità si trattava di un vino molto dolce o speziato. In Sicilia, per il periodo in questione, le testimonianze archeologiche o epigrafiche sono, al momento, solo presenti nell’area della Sicilia orientale colonizzata dai Greci. Si sa ad esempio, che le anfore greche fabbricate a Rodi contenevano vino ma non si può dire se le anfore (virtual tour quiquiqui – qui e qui) rinvenute a Mozia di produzione locale o prodotte in altre località fenicie contenessero vino. Si è però potuto stabilire con certezza che queste hanno contenuto granaglie, carni e pesce.


Tornando ai giorni nostri, la superficie coltivata a vigneto doveva estendersi su buona parte del territorio dell’isola, anche dove attualmente non è più presente. E’ da sottolineare che: nel corso degli scavi archeologici ci si è imbattuti in uno strato di buche da vigna; a volte anche tre di questi sovrapposti. Testimonianza di reimpianti del vigneto e delle modifiche sull’orientamento.
Dagli archivi Whitaker si evince che la coltivazione avveniva con l’utilizzo di mezzadri, i quali portavano a terra la loro parte di raccolto servendosi di carri che percorrevano l’antica strada ormai sommersa (virtual tour qui e qui) di basolato di lastre di calcaree chiamate in dialetto locale “sulappe”, che oggi si trova sotto a più di cinquanta centimetri di acqua, e che fu costruita dai moziesi nel VI sec.a.C. per collegare l’isola alla terra ferma. Lunga 1770 metri, con una carreggiata, originariamente, larga 7 metri per consentire il transito di due carri affiancati o nel doppio senso di marcia. A tale proposito esiste la ricevuta di un pagamento effettuato nel 1936 di risistemazione argini per il passaggio di carri nel periodo della vendemmia. Invece, per quanto riguarda la parte di raccolto spettante al proprietario; veniva caricata su barche che sostavano prospiciente la costa sud occidentale dell’isola, davanti la zona archeologica della “casa dei mosaici”.(v.t. qui)

 

Alcuni dei nomi dei mezzadri sono rimasti ad indicare i campi da loro coltivati o i magazzini da loro occupati (Marino, Passalacqua) mentre altre zone hanno nomi legati alla loro estensione (dodici tummoli – sistema metrico siculo -) o alla forma del fondo (la vela).
Oltre ai magazzini nei campi, ancora esistenti, era presente sull’isola una cantina posta nel centro abitato realizzata utilizzando una vecchia casa colonica, costruita sui resti e con i resti degli edifici dell’antica città di Mozia. La trasformazione della casa in cantina comportò lo scavo di una vasca per il mosto; per realizzare la quale venne parzialmente distrutto un muro del VII sec.a.C. Negli anni successivi al secondo dopoguerra l’accresciuta produzione richiese un ulteriore edificio costruito contiguo al primo all’interno del quale vennero collocati tre silos in cemento.

Negli anni Settanta del ‘900, alcune zone di vigneto a causa di un periodo di siccità, seccarono e non vennero sostituite. Si arrivò alla fine del secolo scorso ad avere solo circa tre ettari su di una superficie complessiva di circa quarantacinque coltivati a vigneto. Parallelamente s’interruppe la vinificazione sull’isola e i due edifici della cantina si trasformarono in magazzini, ricettacolo di oggetti dismessi.

Nel 1999 si decise di utilizzare la produzione di uve grillo del vigneto superstite, collocato nella zona di Cappiddazzu (qui) per realizzare un passito. Con la collaborazione dell’Istituto Vite e Vino della Regione Sicilia e la consulenza dell’enologo Giacomo Tachis si è realizzata una vendemmia tardiva (fine ottobre). Questo interessante intervento enologico non è stato posto nel giusto risalto.
La vinificazione è avvenuta in una cantina sulla terraferma, poiché nel frattempo, nel corso di lavori di ristrutturazione degli edifici di Mozia, nel eseguire un controllo alle fondamenta della vecchia cantina, sono venuti alla luce i resti di due isolati dell’antica città. I materiali rinvenuti sono stati datati tra l’inizio del VII sec.a.C e la metà del IV sec.a.C. Si è quindi deciso di musealizzare l’area archeologica, conservando solo uno dei tre silos in cemento a testimonianza dell’attività svolta in quei locali per circa quarant’anni.
 
Dal 1999 si è quindi ricominciato a guardare alla produzione vinicola come un aspetto specifico dell’isola di Mozia così come quello archeologico. Quindi, è  stato messo in cantiere un progetto di reimpianto di vigneto, d’accordo con la Soprintendenza BB.CC.AA. di Trapani (qui), fino ad occupare una superficie complessiva di circa dieci ettari, utilizzando le vecchie zone precedentemente coltivate per evitare di danneggiare ulteriormente il sostrato archeologico.



A tutt’oggi sono state impiantate circa 19000 viti  che si vanno ad aggiungere a quelle del vigneto di Cappiddazzu (qui) e alle quali si aggiungeranno altre, fino a raggiungere i dieci ettari totali di coltivazione di uva Grillo.
Nel 2002 una minima parte dell’uva vendemmiata è stata vinificata sull’isola per ottenere un discreto vino da tavola per uso interno, la restante produzione (non solo di quell’anno ma di tutti gli altri) è stata in parte venduta ed in parte affidata ad una cantina per la realizzazione di un passito.

 

Dal 2007 esiste una convenzione-accordo tra La Fondazione Whitaker con i Tasca d’Almerita uniti da un’unica passione quella dell’isola di Mozia e per il recupero dello storico vigneto al fine di valorizzare in pieno questo straordinario territorio. I Tasca, unico partner in quest’affascinante progetto, hanno accolto di buon grado l’invito misurandosi con se stessi per controllare al meglio la gestione del vigneto (non è semplice non essendo in loco), e vinificando l’uva Grillo in purezza, rigorosamente in acciaio per mantenere intatte le caratteristiche gusto-aromatiche dell’uva e dello storico terroir.

Sette ettari di vigneto coltivati ad alberello di cui cinque in produzione e in parte risalenti all’antica proprietà Whitaker di oltre 40 anni e con reimpianti acquisiti dopo le sperimentazioni svolte per anni dall’Istituto della Vite e del Vino Siciliano di 7 anni.
Il vigneto è condotto in regime biologico, sistema di allevamento ad alberello con potatura corta e lunga alla “marsalese”, densità di ceppi per ettaro 4000 con una resa di 70 quintali, le uve fermentano per 15gg ad una temperatura controllata di 16/18° C, affinate in vasche di acciaio con il contatto di lieviti per cinque mesi.

 

 A Mozia l’uva viene vendemmiata all’alba e posta delicatamente in cassette di legno, quindi, caricata a spalla ed immediatamente trasferita da una sponda all’altra per mezzo dell’ imbarcazione, prima che il sole si alzi cocente. Aspettano per accoglierla camion termocondizionati a preservarne l’integrità gusto-aromatica dell’uva stessa. 
Nella notte l’uva viene condotta in Tenuta, a Regaleali, dove sosta e riposa, sempre al fresco, fino alle 5/6 del mattino prima di passare alla pressatura soffice e alle successive fasi di vinificazione.

Quando ho sentito l’annata 2010 (Grillo Sicilia I.G.T. – qui e qui) era stato appena prelevato dalla vasca; dalla bottiglia posta in controluce si vede che c’è inglobata ancora della CO2 (giusto che sii così). Entra nel calice come in un   tuffo, schizzando a destre e a manca sbattendo fra le pareti del bicchiere. Salta proprio come un grillo, e’ ricco di vitalità!
Ha il colore giallo chiaro brillante con pennellate verdoline.
Sprizzano contenti dal bicchiere i profumi di: ginestra, citronella, fiori gialli, anice, glicine, menta, chewing gum alla fragolina, speziatura di pepe bianco, polvere e una vena minerale di pietra focaia. E’ elegante, allegro e molto intrigante.
Entra in bocca tagliente e deciso come una lama, sento il vino  che passa sulla lingua lasciandosi  alle sue spalle un solco. E’ dritto, secco, asciutto, snello è deciso. Ha uno  stile  che  vuol’ essere una rotta dritta è definita. Con una vena citroco-acida che mi ha donato succulenza-salmastra. Al secondo sorso lo sento entrare ancora più deciso, sgrano gli occhi e mi sale in testa un flash – un viaggio mio mentale del tutto  niente male – trovo analogie fra il vino, il terroir, il Giovane di Mozia e la barca con l’uva che attraversa lo stagnone (qui).

Chiudendo gli occhi ed ascoltando attentamente il vino, lo sento  entra in bocca per come naviga la barca sullo stagnone (clicca apri trovi i v.t.) con le uve a bordo cariche di storia che le porta all’altra sponda  decisa e dritta per la sua rotta, aprendo con la prua l’acqua salmastra in due, l’asciandosi alle spalle, sulla poppa, un vero e proprio solco per come ha fatto il vino nella mia bocca.


Immaginando ancor di più, decido che sii proprio il Giovane di Mozia  ad accompagnar le uve con la barca dall’altra sponda. Chiudendo gli occhi e annusando il vino, vedo il G. di Mozia scendere dal suo piedistallo e uscire  dal museo per andare verso il canale dove c’è la barca che l’aspetta. Diventa il capitano con tutta la sua  “storia”. Sale a bordo e s’indirizza dritto verso il timone posizionato a poppa. Irto e con lo sguardo fiero e attento, lui scruta l’orizonte, si mette in posizione di comando con la barra del timone in legno levigata dal tempo e dall’usura, fra le gambe, per fare la giusta rotta e con lo sguardo  rivolto sempre fra  la prua, l’orizzonte e l’altra sponda. Per stare  sempre attento a navigare in rotta e al meglio. Ad aprir dolcemente con la chiglia le onde in due, lasciando sempre il solco alle sue spalle.
Il vino è minerale, fresco per come è il G.di Mozia, marmoreo-fresco-minerale


Sarà tutta “colpa” della storia dell’isola di Mozia, ma io il vino me lo sono goduto così! 
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Attenzione all’Invenzione!!!

Attenzione all’ Invenzione!!! 

Lava Bottiglie – Riciclaggio

E’ nata l’esigenza di riciclare tante bottiglie di vino usate per degustazioni aziendali. Ricordando, che una bottiglia costa circa 50 centesimi. Ed anche perché in Azienda (Dispensa San Pietro) ci stiamo approcciando al metodo classico, quindi, servirà lavare la parte esterna delle bottiglie prima di etichettarle.

Abbiamo visto macchine che lavano le bottiglie esternamente con capacità di 3 unità dal costo che supera i 2500 €.
Ed allora….
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L’Etna con le sue ceneri vulcaniche – Tenuta delle Terre Nere – Feudo di Mezzo – Il Quadro delle Rose – Etna Rosso Doc 2008

                     
Etna, una terra di conquista. Sono stati lungimiranti quei produttori Toscani che già da circa un decennio hanno piantato radici acquistando terre e antichi palmenti sul Vulcano, avendo capito perfettamente le potenzialità di questo nostro grande territorio. Fra questi c’è Marco De Grazia, Toscano di adozione nato a Washington.

Il vulcano più grande d’Europa, e tra i più attivi al mondo, nei giorni scorsi ha dato spettacolo con fenomeni parossistici (fontane di lava), mettendo in evidenza come queste sue frequenti attività eruttive possono portare benefici e trasformazioni del suolo nelle quote coltivato a vite. Ad oggi, nelle aree vitivinicole del vulcano, sono state classificate 46 tipologie di suolo che si diversificano, sommariamente, per differenti proprietà dei corpi dello stesso e capacità nutrizionali per i raccolti. Anche per queste attività eruttive così frequenti, il numero di classificazioni tenderà sempre più ad aumentare. Gli ultimi parossismi si sono scaturiti dal “pit-crater” posto nel basso versante orientale del cono del Cratere di Sud-Est. Ultimo nato (5 Aprile 1971) ed è il più attivo dei quattro crateri sommitali. La Voragine e la Bocca Nuova si sono formati all’interno del Cratere Centrale rispettivamente nel 1945 e 1968; ed il Cratere di Nord- Est (1911) che è il punto più alto del vulcano, 3330 metri,s.l.m., L’Etna ricopre un’area di oltre 1100 km2.

Dalla fine degli anni ‘70 c’è stato un sostanziale incremento di attività vulcaniche. Dal 1995 al 2001 sono stati stimati circa 150 parossismi che hanno generato magma e grandi quantità di ceneri. Per la vitivinicoltura eroica che regna sulle pendici del parco dell’Etna, le ricadute di ceneri sul suolo sono una vera e propria manna! Queste, apportano nuova linfa al suolo, ed è uno dei fattore nutrizionali che imprime tipicità nelle produzioni di vino di qualità che si creano lì.
Le ceneri si formano all’interno dei crateri dove l’attività esplosiva si produce per l’espansione dei gas contenuti nel magma provocandone la frammentazione in diversi prodotti detti anche tephra o piroclastici che si diversificano per le loro dimensioni in: bombe > di 64 mm, lapilli tra 2 e 64 mm e ceneri < 2 mm. Le frazioni fini di questi materiali eruttivi sono trasportate dal vento anche a distanze considerevoli per poi precipitare al suolo per effetto gravitazionale. In base alla direzione in cui spirano i venti, questi andranno ad incrementare, come se fosse una doccia energetica di sostanze minerali, il suolo di aree o zone del comprensorio etneo e non solo, ogni volta differenti. Però le ceneri, spesso, provocano disaggi nelle aree urbanizzate, danni alle strutture, al territorio e alle specie botaniche. Nell’uomo le particelle inferiori a 10 micron possono causare irritazioni agli occhi, alla cute e alle vie respiratorie.

Pedologicamente, le precipitazioni di questi materiali eruttivi (lapilli e ceneri) porta un nuovo imprinting di tipicità territoriale nella vitivinicoltura etnea. Le formazioni di depositi “piroclastici” da caduta, possono essere anche di notevoli volumi. Questi, si vanno a depositare sopra i precedenti strati di rocce magmatiche e ceneri, in un suolo già ricco di oligominerali come: ferro, calcio, potassio, fosforo, magnesio e manganese, incrementando e rendendo il corpo dello stesso più dinamico per averlo arricchito ancora di più di nuove sostanze minerali.

Quando il magma fuoriesce dalla bocca eruttiva si raffredda e inizia a cristallizzare i vari minerali in una sequenza logica che segue un ordine ben preciso. Alle più alte temperature si cristallizzano i minerali stabili contenenti: magnesio, ferro e calcio; dopodiché si formano altri minerali che contengono: sodio, potassio e il quarzo.
Da analisi di laboratorio svolte su campioni di ceneri dell’ultimo parossismo, raccolte nelle vicinanze dei crateri sommitali ma anche a notevole distanza da questi, si evince che sono particelle juvenili dal carattere primordiale rappresentate da sideromelano (vetro di composizione Basaltica) e tachilite (vetro vulcanico di colore verde scuro, bruno o nero, di natura basica, contenente numerosi cristallini). In buona sostanza è sabbia lavica che trasferisce sensazioni organolettiche di tipicità territoriale uniche ai vini dell’Etna. Queste caratteristiche di tipicità che si riscontrano nei vini del vulcano, in effetti, non è nient’altro che quello che è alla ricerca il consumatore disponibile all’acquisto che si è ormai quasi trasformato nel consumatore consapevole e attento all’autenticità del prodotto. Questa tipologia di sabbia-lavica, così particolare nel suo genere, rende i vini del vulcano strutturati, complessi, longevi e dalle caratteristiche organolettiche-territoriali-mineral-laviche uniche.
In Italia esistono altre zone vitivinicole da territorio vulcanico che riescono a fare esprimere alle proprie produzioni di vino, caratteristiche territoriali di tipicità “similari”al nostro Etna; sono: Vulture, Campi Flegrei, Soave, Eolie, Pantelleria, ecc… Anche qui, il suolo lavico riesce a fare la differenza, regalando caratteristiche di tipicità ai vini. Però l’Etna, con le sue attività parossistiche “frequenti” che si ripetono quasi costantemente negli anni e con le emissioni di magma e ceneri che hanno proprietà chimico-fisiche spesso differenti. Perché, sommariamente, queste, si diversificano anche in funzione da quale dei condotti del vulcano risale il magma (centrale, eccentrico, laterale). In buona sintesi, il suolo dove viene coltivata la vite nelle pendici del parco dell’Etna ha una marcia in più. Il terroir Etna è come se fosse una fuori serie sempre accesa con la marcia in più già ingranata.
Sulle pendici nord del vulcano Etna a quota 650/700 metri s.l.m., nel comune di Castiglione si trova la Tenuta delle Terre Nere. Il produttore, nonché agronomo/enologo Marco De Grazia conosce molte bene le condizioni particolari che offre il terroir Etna e le caratteristiche di tipicità che si ottengono dalle uve a dimora in questo suolo. Inoltre, con l’altitudine, le escursioni termiche, ed aggiungendo gli scrupolosi lavori in vigna, in cantina, sommando anche la passione e l’amore su quello su cui ci si pone, si possono ottenere dei grandi lavori (vini). Produce in tre cru: Guardiola, Calderara e Feudo di Mezzo, vini biologici certificati.
L’Azienda fu fondata nel 2002 e nel 2004 diventa autosufficiente dopo avere realizzato la propria cantina. La superficie totale vitata è di 22 ettari. Nerello Mascalese (18.50), Nerello Cappuccio (1), Carricante (2), Inzolia e Catarratto (0.50).

Il Cru Feudo di Mezzo – Il quadro delle Rose – ha una superficie di 1.35 ettari ed una resa di 60 q. Prende il nome dalla forma pressoché quadrata dei terrazzamenti con muri di contenimento a secco in pietra lavica. Nel perimetro delle terrazze sono coltivate le rose che adornano come una cornice il “quadro” che all’interno raffigura la natura viva dei ceppi di vite. Le rose abbelliscono il cru con delle pennellate di colore, ma servono anche da indicatori di malattie fungine (oidio). Essendo più sensibili della vite. Il sistema di allevamento è il tipico alberello con il sostegno  del palo di castagno. I ceppi hanno un’età compresa fra i 45 e 75 anni. l’Azienda vanta , nel cru in Contrada Calderara, 1 ettaro di ceppi di vite di piede franco che sono stati stimati avere un’età che si aggira sui 130 anni (vigneto impiantato nel 1870), da questi si estrae un nettare di vino, il Prephylloxera.

L’Etna Rosso Doc 2008 Feudo di Mezzo il “Quadro delle Rose” è composto da Nerello Mascalese per il 98% e Nerello Cappuccio 2%. Fermentazione con macerazione sulle bucce per 10-15 giorni, malolattica e maturazione in barrique di rovere per il 30%, di cui la metà di I° passaggio (15%). Ancora, il 35% in Tonneau di 500 e 700 lt., e il restante 35% in botti di 20/30 ettolitri dell’artigiano Austriaco Franz Stockinger. Imbottigliato dopo 18 mesi senza essere filtrato. Bottiglie prodotte 8500.

Nel bicchiere si presenta rosso rubino brillante e penetrabile. Entra al naso gentile ed aggraziato per nulla impetuoso regalando un immediato ed ampio ventaglio olfattivo tipico territorial-etneo molto intrigante. Odora di rose e acqua di rose con tratti mentolati. Sprigiona ciliegia con intrecci di sensazioni mineral-laviche spinte a galla da un sottofondo marino di alghe, acciuga sotto sale con ritorni di acqua di rose. Non è ruffiano, è elegante di suo! Più sta nel bicchiere più le sensazioni olfattive escono da esso. Mi regala anche un bel sorriso . Perché esce dal bicchiere come in una magia e come se fosse il cappello a cilindro di un mago, il profumo del bucato steso al vento e al sole. Ha un delicato profumo-erbaceo di foglia di gelso, noce moscata e alloro, sfumature delicate di piacevoli sentori eterei di smalti, prugna e un po’ di caramello. Più si ascolta e più è intrigante!
In bocca si adagia come la seta aprendosi con un bel tannino di grana fine, rarefatto e al cacao. E’ lungo, costante,minerale è succulente. Viene sempre voglia di riadagiarlo sulle labbra, ma non si può fare a meno di ripassarlo sotto al naso per cercare di esplorare nuove sensazioni.

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L’evoluzione dei tappi in Sicilia – Intervista ai Prof. Giacomo Tachis e Roberto Zironi

Anche su ViteVinoNews                                                  

Addio sentore-sapore di tappo. Dal Febbraio 2007 esiste nel mondo del vino un’innovazione, che mantiene uno stretto legame fra la tradizione del sughero e la tecnologia. Una membrana semipermeabile (Procork) che applicata all’estremità del tappo di sughero riesce a sconfiggere il TCA (Tricloroanisolo). Il ben noto “sentore-sapore di tappo” provocato dal fungo armillaria mellea. Un parassita che si annida nella quercia da sughero. Un assillo per i produttori e per tutti i consumatori dell’alimento scientificamente più studiata al mondo, il Vino!

L’inventore di questa innovativa tecnologia è: Gregor Christie, esperto di membrane e polimeri. Australiano, con un passato da Direttore di Ricerche del CRC (Cooperative Research Centres). La membrana semipermeabile (Procork) è formata da cinque diversi strati-barriera (barriera gusto1idrofila, barriera gusto 2 oleofila, ritenzione umidità, barriera controllo ossigeno, barriera TCA), quest’ultima, stà a contatto con il sughero. La membrana, trattiene le molecole di TCA ma anche le pirazine e la geosmina che contaminano e inquinano gusto-olfattivamente il vino. Questa, lascia passare, soltanto, porzioni controllate di ossigeno. Essendo, molecole più leggere. Per queste sue caratteristiche viene paragonato al Gore-tex. In Itallia la membrana Procork è distribuita in esclusiva dal   sugherificio Veneto. Viene applicata nella linea di tappi in sughero, Puro e non solo. Questo genere di membrana-pellicola è stata progettata, ed ha esordito, per l’esigenza di proteggere e mantenere freschi prodotti alimentari da esportazione. Specialmente, vegetali e frutta durante i loro lunghi spostamenti da un continente all’altro. Avendo, la proprietà, di ridurre al minimo la percentuale di condensazione. Quindi, il proliferare di muffe.
Test e risultati di laboratorio. Sono stati contaminati tappi di sughero con TCA – CTCOR . Poi, applicate le membrane. Tappate le bottiglie e, poste in “affinamento” (contatto con il vino), per un periodo di dodici mesi circa. I risultati di laboratorio hanno stabilito che si riesce a ridurre la contaminazione da TCA fino al 97,9%.
Dal 2008 ad oggi, in  Sicilia, sono da 45 a 50 le case vinicole che utilizzano incessantemente nelle loro produzioni di punta questo sughero-pellicolato.  Sono, tutte quante, della Sicilia Occidentale. Perchè lì esiste l’unico distrubutore dell’isola (HTS – Marsala – TP).
Il Sughero.  L’Italia produce 170 mila quintali di sughero realizzando circa duemilioni di tappi e lavorati (turaccioli tecnici in sughero agglomerato, rondelle per tappi spumante e non solo). Quasi tutto il sughero (il 90%) proviene dalle circa 250 aziende che si trovano in Sardegna (Calangianus – video). Dove, se ne trasforma il 70%. Poi segue la Sicilia, Calabria, LazioToscana e Campania. Il restante 30% si divide in: il 16% viene trasformato per il settore bio-edilizia, (ottimo isolante termico, acustico ed ignifugo), il 9% calzaturiero e il 3% artigianato (artistico,abbigliamento e accessori).

Fra le chiusure dette, “alternative”, ci sono i tappi sintetici.  Questi, si sono diffusi negli anni 90 in Inghilterra per evitare al consumatore i difetti dovuti al TCA. La produzione mondiale di tappi sintetici copre circa l’8/10%, ed ha avuto un incremento nel 2004. L’intera Sicilia del vino è cosparsa da tappi sintetici.  Viene utilizzato maggiormente per i vini fermi e di pronta beva . Nei vini da invecchiamento, si predilige sempre il sughero. Molto probabilmente, Tasca d’Almerita, eliminerà il sintetico per inserire il sughero, nel Leone e nei Regaleali.

Desta curiosità il tappo sintetico complesso Ardea Seal Elite utilizzato negli ultimi 5 anni dall’azienda siciliana Poggio di Bortolone (Ragusa) nei suoi Igt rossi.
Classificazione dei tappi sintetici: I tappi sintetici si classificano in base alle procedure di fabbricazione. Sono costituiti da polietilene elastomerico, elastomeri termoplastici del settore biomedicale, mescole varie a base butadiene ecc… L’obiettivo dei tecnici è, cercare di riprodurne una struttura interna (microcellulare), pressoché uguale al sughero. Per potere ottenere il mantenimento all’affinamento a garanzia della protezione del vino da precoci ossidazioni.
Il tappo in vetro, Tecnicamente è un ibrido perchè ha di sintetico (copolimero vinilacetato) l’elemento che assicura la tenuta del tappo in vetro con il cercine interno del collo della bottiglia. Quindi, è una chiusura vetro-sintetica. Un tappo che richiede una bottiglia speciale con un incavo all’intermo per  assicurare l’ermeticità. E’ usato dall’azienda Cusumano (Partinico – PA in tutti i suoi monovarietali, nell’Angimbè e il Benuara. Cantine Marco De Bartoli (Marsala – Pantelleria) nel Pietra Nera, Grappoli del Grillo e nel Sole e Vento.
Nella Sicilia del Vino esiste anche la capsula a vite in alluminio o screw cap.
Un po’ di Storia: Il tappo a vite è stato inventato nel 1856 con un disco di sughero a guarnizione e brevettato in Gran Bretagna nel 1889. Nel 1926 chiuderà le bottiglie di Whisky. Nel 1980 si utilizza in Svizzera sullo “Chasselas”. Raggiungedo, nel ’90, diecimilioni di chiusure. Lo usano in Trentino e Alto Adige. In Germania è quasi naturale chiudere Reasling di ottima fattura ma anche vini frizzanti. Si trova anche in Austriala, Nuova Zelanda, Cile e Canada.

In Sicilia, Planeta (Menfi – AG), chiude  con la capsula a vite il vino fermo La Sagreta Bianco e Rosso dal ’06, e il Rose di Syrah Dal ’07.

Cantine Nicosia (Etna – Trecastagni), usa, nei monovarietali (Catarratto e Nero d’Avola) della linea Manna Sicana, tappi a vite in alluminio con membrana (Korked Spin). Questa, permette il dosaggio (microssigenazione in bottiglia) dell’ossigeno, l’anidride carbonica e anidride solforosa. I test sul dosaggio sono stati compiuti con il metodo “fotocolorimetrico”, messo a punto in collaborazione con l’Università di Udine (Italia), Facoltà di Enologia, diretta dal Prof. Roberto Zironi. Si sono sviluppate delle membrane differenti per le chiusure a vite, utilizzabili per i diversi stadi di mantenimento e affinamento del vino in bottiglia. Lo stesso sistema lo utilizza anche l’Università di Bordeaux (Francia).

La capsula a vite si può applicare alle bottiglie di vino frizzante, fermo, ai passiti, liquorosi, alcolici ecc…

Esiste, nel mondo del vino anche il tappo a corona. Si usa, soprattutto, nelle fasi di produzione dei vini spumante metodo classico.

E’ stato inventato nel 1891 a Baltimora, dopo, arriva in Russia per poi  scendere verso la Francia. Viene utilizzato per la produzione dello Champagne nella “prise de mousse” (presa di spuma) – (Sboccatura o Dégorgement – video). Viene poi  allontanato e rimpiazzato dal tappo in sughero. Arriva in Italia nei primi del 900, e si utilizzerà anch’esso per il nostro metodo classico.
In quel periodo storico è una vera innovazione tecnologica che entra dentro le cantine. E’ una chiusura  ermetica che resiste a pressioni superiori ai 6 bar.
Tutte le aziende Siciliane che producono metodo classico lo utilizzano.
Sento al telefono e ascolto  con attenzione il Prof. Giacomo Tachis. Il grande enologo artefice del rinascimento del vino italiano. Ha lavorato per circa un decennio (92/2001 a periodi alterni), per l’Istituto Regionale della Vite e del Vino. Nel nostro territorio si preoccupò dell’area tecnico scientifica settore sperimentale e comunicazione. Si applicò su studi rivolti alle cultivar autoctone siciliane e non solo. Fece anche da maestro nella creazione di vini siciliani dal taglio (assemblaggio) bordolese, dando insegnamento a tanti nostri tecnici.
Il Prof. Tachis racconta: Intorno al 1970, in casa Antinori, utilizzavo nei  mie lavori sperimentali il tappo a corona. Lo usavo mettendolo anche a confronto con tappi di sughero di prima scelta, inodore, di buona elasticità. Quindi, con un’ottima proprietà di resilienza. – Dice – imbottigliavo anche campioni di Tignanello che andavo aprendo con scansioni temporali nei successivi anni, per capire l’evoluzione del vino in assenza o presenza di microssigenazione in bottiglia. Studiavo, anche il comportamento delle differenti chiusure durante gli anni. Il tappo a corona, per la mia esperienza da tecnico, è stato un’eccellente compagno nei mie lavori. Mi ha dato degli ottimi risultati – mi ribadisce più volte – “il tappo a corona…, il tappo a corona…,” è la migliore chiusura per le bottiglie di vino. Purtroppo, non è estetico! (Un abbraccio affettuoso, più tantissimi auguroni di vero cuore al Prof.)

Inoltre, ascolto anche: il Direttore del dipartimento e Professore Ordinario della facoltà di enologia di Udine, Prof. Roberto Zironi, che in Sicilia,dal 99 al 2003, ha svolto lezioni di tecnica enologica presso la facoltà di agraria di Marsala.
 Dice – I tappi per il vino non sono “alternativi” ma sono “complementari”. Ogni differente vino vuole la sua tipologia di tappo, che va anche in funzione della richiesta di mercato. Spiega – se un vino nei processi di vinificazione e affinamento, assorbe troppo ossigeno, – dopo – , vorrà un tappo che abbia quasi nulla la proprietà dell’interscambio (microssigenazione), e viceversa. – Dice ancora – quando il prodotto imbottigliato esce dalla cantina, viene consumato, spesso, nell’arco di 6 mesi. In questo così breve lasso di tempo, l’imbottigliato, non ha neanche il tempo di microssigenarsi. Questo, succede, nella stragrande maggioranza dei vini messi in commercio in tutto il mondo. In questo caso specifico, tecnicamente, qualunque tipologia di tappo risulta valida, perché sostanzialmente, diventa, una semplicissima chiusura ermetica.

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Grenache

VITIGNO-GRENACHE-IT 1200

 

 

 

 

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Tenuta Enza La Fauci – Oblì 2008 Faro Doc

Volle il destino di ritrovarmi seduto al fianco di una Signora che fino in quel momento mi era visivamente sconosciuta. In un laboratorio-degustazione sui vini dell’Etna. Fummo d’accordo, in perfetta sintonia, e ne disquisimmo fino ad esser di disturbo. Alla fine seppi il suo nome: la produttrice Enza La Fauci. Immediatamente, gli feci i miei più sentiti complimenti per una sua interessante creatura. L’Oblì 2008 Faro Doc. Lo avevo ascoltato ed apprezzato qualche giorno prima raccontandogli come lo ebbi fra le mie mani.

La Tenuta Enza La Fauci è in C. da Mezzana (Messina), Capo Peloro. Dove, Ulisse durante il suo viaggio s’imbatté nelle sirene (Odissea…).

Il Vino prodotto proviene da una fermentazione spontanea. Senza inoculo di lieviti selezionati. Uno dei fattori scatenanti, che dà inizio al processo fermentativo è la temperatura . In Sicilia, nel periodo della vendemmia, spesso, è così alta che può superare con facilità i 35°. Questo processo, è inversamente proporzionale alla stessa temperatura. Maggiore (>) sarà questa , minore (<) sarà il lasso di tempo che darà l’inizio all’attività di questi lieviti. Di solito, nella Tenuta Enza la Fauci, questo processo ha inizio alle 24/48 ore. Il mosto s’incomincerà a riscaldare e  far rumori. Stridere, lamentarsi a volte anche eruttare fino a ribollire con cadenze temporali quasi costanti che, alle orecchie di chi lo crea sembra una dolce e vitale musica. Ma se s’interrompe e Lui tace…, si sgranano gli occhi, le orecchie e arriva la paura!

Le cultivar che compongono L’Oblì Faro DOC sono: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nero D’Avola e Nocera.

Il Nerello Mascalese: Niureddu Mascalisi o Niureddu, è il vitigno principe autoctono coltivato nel parco dell’Etna. E’ stato selezionato dai viticoltori della piana di Mascali (CT) più di centocinquanta anni fa. Questo vitigno entra nella composizione dell’Etna Doc per non meno dell’ 80%. Viene allevato nelle pendici del vulcano, da quota 350 sino ai 1.100 m.t. s.l.m. . Predilige il sistema di allevamento ad alberello basso con potatura corta. Ha una buona tolleranza alle principali malattie crittogamiche, anche se presenta una sensibilità all’oidio. A secondo il versante e la quota del vulcano in cui viene coltivato produce vini con caratteristiche organolettiche-territoriali completamente differenti fra di loro. Dà origine a dei grandi vini rossi da invecchiamento. Nel messinese viene coltivato sia in prossimità della costa,  ma anche nel retrostante comprensorio montano.  Qui, si sesprime con grande carattere. Compone il Faro Doc. Il disciplinare di produzione prevede l’impiego di uve Nerello Mascalese in una percentuale compresa fra il 45 e il 60%, di Nocera per il 5-10%, Nerello Cappuccio per il 15-30% con l’eventuale aggiunta di uve Nero d’Avola (Calabrese) e/o Gaglioppo ( Monsonico Nero) e/o Sangiovese per un massimo del 15%.

Il Nerello Cappuccio o Mantellato: Mantiddatu Niuru o Niureddu Ammantiddatu, vitigno anch’esso autoctono del comprensorio etneo. Il suo nome è dato dal portamento che assume la chioma in fase di sviluppo, specialmente, coltivato ad alberello. Questa, come un mantello, protegge e sottrae i grappoli alla vista. Oltre che nelle vigne etnee si trova nella provincia di  Messina, ma anche oltre lo stretto, Reggio Calabria e Catanzaro.

E’di origine ignota ed é presente nel Faro Doc in percentuali di 15-30% e nell’ Etna Rosso Doc nel 15-20%

Questo vitigno entra nella costituzione, insieme al Nerello Mascalese, all’Etna Rosso Doc. Invece, insieme al Nerello Mascalese, Nero d’Avola, Nocera ed altri vitigni minori, nella produzione del Faro Doc. Il Nerello Cappuccio, vinificato in purezza dà vini pronti da medio invecchiamento. Ha grappolo medio, corto, piramidale con acino a forma sferoidale.
Il Nero d’Avola detto anche Calabrese. E’ considerato il vitigno a bacca rossa più tipico della Sicilia. Calabrese è il nome italianizzato  dell’antica parola dialettale siciliana del vitigno Calavrisi, che significa uva cala, di Avola o venuto da Avola. È stato selezionato dai viticoltori di Avola, comune in provincia di (Siracusa), diverse centinaia d’anni fa. Si è diffuso a Noto (SR) e Pachino (SR) e successivamente in tutta la Sicilia. In ogni zona di coltivazione regionale esprime differenti sensazioni organolettiche-territoriali. Il vitigno opportunamente coltivato e vinificato dà origine a grandi vini rossi da invecchiamento.
Qualche ventennio fa era utilizzato quasi esclusivamente per la produzione di vini da taglio (Pachino) ed esportato in grandi quantità. In Francia era chiamato le vin mèdicine. Nel nostro territorio c’è stata una rivalutazione e viene anche utilizzato nei blend siciliani da carattere bordolese, per dare un tocco di eleganza e morbidezza. Con la sua trama tannica molto gentile, riesce a smussare e levigare l’eventuali asperità che possono apportare i vitigni internazionali impiantati e adattati ormai da tanto tempo in  Sicilia.

Il Nocera: Vitigno autoctono della provincia di Messina, un tempo diffusissimo, poi soppiantato dai vitigni sopra citati e dall’avvento degli internazionali. Si era ridotto a pochi ettari. Oggi c’è una più che giusta rivalutazione. Il Nocera entra a far parte, con il Nerello Mascalese e Cappuccio, nel disciplinare di produzione del Faro  Doc. Si trova anche oltre lo stretto a Reggio Calabria e Catanzaro. In Francia, Provenza e Beaujolais, dove si è diffuso con i nomi di Suquet e Barbe du Sultan (Pulliat 1879). Questa cultivar a maturazione, ha grappolo lungo, mediamente serrato con acino medio, di forma ellissoidale di colore grigio-bluastro. L’uva giunta a maturazione è molto dolce e con un’ottima acidità. Il Nocera antichamente,  veniva utilizzato anche come un’uva da tavola. Soffre, più degli altri di siccità. Questa cultivar, vinificata, regala sensazioni olfattive-gustative  ben distinguibili come un grande vitigno, ed imprime, dentro al bicchiere, una firma ben marcata  per l’identificazione  del Faro Doc.

Il Faro Doc, prende il nome dall’antica popolazione detta Farenzi. I produttori associati al Consorzio di Tutela sono 14 di cui soltanto 8 imbottigliano ed hanno etichetta (Claudio Barbera – Az. Agr. Bonavita di G. Scarfone & C. S.a.s.  – Az. Agr. Giostra Reitano Francesco – Azienda agricola Palari S.S.  – Paone Domenico  – Riserva La Chiusa S.r.l.  – Az Agr. Vigna Sara di Caruso Francesco – Scarcella Pierino Giuseppe). Di questi, non tutti si possono trovare in commercio. Allo stato attuale esistono produzioni molto esigue anche di  700/1200 bottiglie circa. Il Faro Doc non può produrre matematicamente più di 7000/8000 bottiglie per ettaro. Per i sistemi di allevamento e le pratiche colturali adottate. In questo periodo storico e per la morfologia del suo territorio, ha una superficie di area vitata limitata (Albo dei Vigneti Faro Doc). Escluso il produttore Salvatore Geraci ( Faro Palari), che ha i vigneti impiantati da circa 20 anni e che è l’unico che gode di una buona tecnologia in cantina, il restante, sono tutti impianti giovani che risalgono, all’incirca, dal ’04 in poi.

L’Oblì Faro Doc 2008 è un vino naturale non certificato!

Nella tenuta Enza la Fauci, il vigneto non ha mai avuto alcun trattamento che non fosse naturale. Sia per quanto riguarda il diserbo ( l’erba viene tolta a braccio dalla squadra di pazienti contadini), sia per quanto riguarda i trattamenti e le concimazioni. I trattamenti preventivi sono mirati alla sanità dell’uva. Sono ridotti davvero al minimo, grazie al vento costante che soffia lungo i filari che si trasforma in un anticrittogamico naturale. L’IGT della Tenuta, si chiama, appunto, Terra di Vento! ( Nerello Mascalese e Nero d’Avola). Si utilizza solo rame e zolfo in quantità minime, mentre, per le concimazioni, si fa uso sapiente del sovescio (favino) ad anni alterni. Pratica certamente faticosa ma efficace.
Durante la vinificazione non si usano lieviti selezionati, e si attendo in trepidante pazienza che la fermentazione inizi da sè.

Durante i travasi, si usa un quantitativo bassissimo di solforosa ( sempre sotto i limiti Bio fissati)

*Riflessione/Considerazione*
Sono fortemente convinto che, la solforosa impiegata con questi  bassi dosaggi, abbia una duplice funzione/azione. Oltre a svolgere l’attività selettiva, di antisettico, antiossidante e conservante nel  vino, dà  senza ombra di dubbio,  una maggiore tranquillità mentale all’uomo (produttore o enologo) che la utilizza, stabilizzando anch’esso. Perchè ha la capacità di agire rassenerandolo e tranquillizandolo dopo averla aggiunta, così che possa dormire dei sonni più sereni.

Enza La Fauci: “Come ti dicevo, caro Maurizio, durante la nostra chiacchierata, il mio vino non ha alcuna certificazione biologica in quanto l’essere naturale per me non è neanche una convinzione ma è un fatto insito ed assolutamente spontaneo, non acquisito. Ritengo, fra l’altro, che la marea burocratica cui si deve adempiere nel caso di certificazione da parte di ente certificatore, sia un ulteriore dispendio di energie nell’affollatissima foresta burocratica nella quale siamo costretti a svolgere il nostro lavoro noi che facciamo vitivinicoltura. Gli enti cui facciamo capo sono 21. Presso la Comunità Europea è stata aperta una petizione che mira a raccogliere adesioni da parte dei produttori europei vitivinicoli e mirata ad alleggerire gli adempimenti burocratici cui siamo sottoposti”.
I vitigni della Tenuta Enza La Fauci si estendo su 5 terrazzamenti esposti al sole e al vento della costa Messinese (Sicilia). Nel 2004 si è scelto d’impiantare il vigneto con portainnesti differenti sulle diverse varietà,  ma anche su barbatelle franche di piede innestate in campo con le 4 varietà che compongono il Faro Doc. Pertanto, si ha la possibilità di capire come si comportano le diverse varietà in uno stesso luogo ma su portainnesti differenti.

• La Terrazza 1 – si compone di viti di: Nerello Mascalese, Nocera, Nerello Cappuccio e Nero d’Avola innestate nel mese di Agosto su piede franco, impiantato in Dicembre. Le “marze” provengono da piante selezionate in vigneti locali, ed esattamente da vigneti collocati in quota sui monti proprio alle spalle della Tenuta. Il territorio messinese vanta un comprensorio montano importante le cui pendici giungono al mare . Dal 2004 ad oggi l’esperienza in campo è la seguente: gli innesti hanno attecchito bene da subito e le viti hanno avuto uno sviluppo omogeneo e vigoroso con un’ottima lignificazione. Per cui, oggi si hanno delle bellissime piante robuste e ben generose. La cosa bizzarra è che ciò accade su tutte le 4 varietà. Per cui, si è dedotto, che in questi luoghi, l’innesto in campo risulta assolutamente la forma più adeguata.

• Nella Terrazza 2 – sono impiantate 2 varietà ( biotipi) di Nerello Mascalese . I portainnesti, della medesima tipologia, provengono da 2 vivai differenti. Le piante hanno un po’ sofferto nella prima fase di crescita ma adesso hanno un’ottima vigoria e buona lignificazione. Da notare, che la maturazione di una parte rispetto all’altra è ritardata di almeno una decina di giorni, per cui si fanno 2 vendemmie della stessa terrazza.

• Nella terrazza 3 – c’è dell’ottimo Nocera. Un grande vitigno che esprime e caratterizza il territorio messinese. Regala profumi balsamici e gentili note di frutti rossi, ma anche pesca e albicocca. In bocca è elegante e persistente.

• Nella Terrazza 4 – c’è  il Nero D’Avola su portainnesti anch’essi di due differenti vivai. Comportamenti delle viti differenti ed imprevedibili. Viti vigorose generose sane e robuste si alternano a viti più passive alle intemperie ed al vento locale. Difficoltoso fare previsioni sulla resa.

• Nella Terrazza 5 – c’è il Nerello Cappuccio su un portainnesti unico . Ottimo sviluppo di queste viti che essendo le più esposte alla salsedine oidica resistono eroicamente alle sciroccate più violente ed anche al maestrale che giunge dal mare. L’uva di queste piante conferisce all’ Oblì eleganza e morbidezza. Sono in generale le viti più generose dell’intero vigneto. Si adopera un diradamento molto spinto concentrando le energie delle viti sui pochi grappoli centrali della pianta. La natura del terreno è argillosa con strati di calcare a 3/4 m. La cosa importantissima è la presenza della “Mica”, pietra ferrosa che al sole brilla e che essendo friabile, durante le lavorazioni del terreno, lascia parte della mineralità che si trasferirà dalla vite ai sui frutti. Questo minerale ( Mica) viene considerato un vero regalo nel vigneto. Al cospetto del trattore che durante le lavorazioni grida vendetta.

La densità d’impianto è di 5000 piante per ettaro, sistema di allevamento Cordone Royal e Guyot. Raccolta delle uve manuale in cassetta. Le cultivar vengono vinificate separatamente con macerazione sulle bucce per dieci giorni circa. Maturazione in barrique nuove e usate per almeno 12 mesi con affinamento in bottiglia dai 6 ai 9 mesi.

Dove: Sicilia – Italia
Denominazione: Doc – Denominazione di origine controllata
Tipologia: Rosso
Vitigni: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nero d’Avola, Nocera
Alcool: 14.50
Prezzo: 15
Data degustazione: 26/10/2010
Valutazione: @@@@

L’Oblì 2008 Faro Doc si presenta nel bicchiere fra il Rubino e il granato.

Dona al naso una gentile esplosione elegante ed equilibrata di sentori olfattivi ben intrecciati fra loro. Viola, rose, cioccolato bianco, noce moscata, pepe ed amaretto. Inspirando con il naso con più impeto  fino a riempire i polmoni, si riesce ad estrarre dal vino la cannella, l’alloro e il mentolo.

Entra in bocca setoso, ma nel contempo di ciliegia polposa e piacevolmente masticabile ed è anche gradevolmente scorrevole. Risiede in bocca vellutato, lungo, costante e con una piacevole è semplice mineral-sapidità.
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